Cogli il primo bosone

10 Settembre 2008 - Leave a Response
Michelangelo - Cappella Sistina

Michelangelo - Cappella Sistina

L’esperimento del LHC (Large Hadron Collider), dovrebbe cominciare oggi, se non sbaglio. In sostanza, servirà a capire se esiste il Bosone di Higgs, cosa origina la massa, se esistono altre dimensioni, varie altre cose.

Non finirà il mondo, naturalmente, come i fisici hanno ripetutamente spiegato, si tratta di interazioni tra particelle che avvengono normalmente nello spazio senza originare buchi neri e singolarità cosmiche in grado di mangiarsi i pianeti o i sistemi solari. Solo che nel nuovo acceleratore di particelle, le si potrà osservare.

La gente però ha dato fuori di matto. Ed è chiaro il perchè. In questo particolare esperimento, nelle sue valenze simboliche, non saranno solo le particelle, a collidere: la scienza andra infatti a collidere contro uno dei miti fondativi della specie umana, quello di radice ebraico-cristiana.

Non a caso il bosone viene anche chiamato particella-Dio, si va dicendo che “gli scienziati andranno a ricreare le condizioni della materia preesistenti al Big Bang”, si vuole insomma conoscere. Conoscere il segreto di Dio, il Pensiero di Dio. Si vuole ricreare l’universo o conoscerne i meccanismi primari. Si vuole cogliere il frutto dell’Albero Proibito. Naturale allora che questa arroganza porterà alla fine del mondo. O perlomeno alla nostra scomparsa. Il diluvio universale non ci era bastato? Ed ora eccoci a ficcanasare su quello che è successo prima del Big Bang. Spegnete il reattore e Penitenziagite!

Ok non ho resistito alla tentazione di scherzare, ma è comunque interessante come questo esperimento abbia smosso la terra sotto i piedi ad un mito così antico.

L’altra cosa inspiegabile per i più, nel mondo ottuso e pragmatico dei giorni nostri, è capire il perchè di questo enorme impiego di risorse impiegato per una conoscenza pura, senza applicazioni immediate. I più infatti vengono oggi istruiti sul fatto che la conoscenza di per sè è inutile, la cultura roba per illusi, l’arte un gioco, i giochi una perdita di tempo, la scienza pericolosa e basta e fatta da gente che non ha la minima idea di quello che fa. Curiosoni.

Naturalmente, la ricerca pura non deve avere uno scopo pragmatico immediato, eppure è la cosa più importante e più utile. Tralasciando di poter spiegare a questo mondo come sia di per sè importante, investire in essa, nella conoscenza dell’umanità, nella consapevolezza di ciò che siamo e di ciò che è l’universo, rimane da spiegare che l’intero insieme delle scoperte più pragmatiche non esisterebbe se a qualcuno non avessero dato le risorse, tante risorse, per ricercare in modo totalmente disinteressato, che so, applicando elettrodi a rane morte, facendo scoccare inutili scintille. La stesa pennicillina è stata scoperta per caso.

Qui si tratta di comprendere la natura della materia. Se in un futuro avremo teletrasporto, comunicazione istantanea, se in futuro sapremo aprire varchi spaziotemporali e viaggiare in un altro punto della galassia, o solo se avremo un computer quantistico o scopriremo fonti di energia nuove (ma non posso nemmeno immaginare quante nuove conoscenze ne deriverebbero) sarà dovuto a questo tipo di esperimenti. Una nuova comprensione della materia, dell’energia, delle dimensioni esistenti e degli universi esistenti, della natura delle stelle, dell’origine della vita, può portare a una nuova consapevolezza e ad una nuova era dell’umanità. Non sono un ottimista tecnologico, però queste cose vanno ricordate.

Non dipende solo da questo, l’espansione della nostra consapevolezza, e sarebbe stupido pensarci. Avere inventato la bomba atomica prima che avessimo la coscienza necessaria per -non- usarla, è stato brutto. Ma non possiamo smettere di ricercare, di conoscere. Uno dei metodi migliori che abbiamo, è la scienza. E la scienza in tutti i campi, dalla fisica alla neurologia, ci fornisce strumenti, dati, che noi possiamo inglobare nel resto della nostra coscienza, per diventare migliori. Sta a noi non usare la scienza per involverci, bensì per evolverci.

musica, oggetti transazionali

12 Agosto 2008 - Leave a Response

Ok, la scomparsa del supporto si poteva prevedere, e si era prevista, già nel 1998. Per quanto riguarda la musica, ma in realtà è un fenomeno che come è ormai evidente sta coinvolgendo tutta l’informazione. Per supporto intendo quegli oggetti sui quali l’informazione veniva fissata, affinchè potesse circolare.

Tanto, tanto tempo fa e allo stesso tempo pochissimo tempo fa, l’informazione, le immagini, i suoni, i filmati, i testi (e slittando prima dell’invenzione di grammofono e pellicola restano solo i testi e le immagini), per essere trasmessi, viaggiare da un luogo ad un altro, da una persona all’altra, avevano bisogno di essere fissati a un oggetto. L’oggetto poteva essere spostato, portato con sè, inviato. E’ stata già questa una rivoluzione mega, nel campo della comunicazione. Altro che iPhone.

Quest’oggetto svolgeva quindi funzioni diverse: media, mezzo di trasporto dell’informazione, supporto di archiviazione, oggetto transazionale.

Mi rendo conto di usare il concetto di oggetto transazionale in un contesto diverso da quello in cui è nato, nella psicologia dell’età evolutiva. E’ definito oggetto transazionale un oggetto che per il bimbo sostituisce la madre se è assente. Per il bimbo ma anche per lo scimmiotto, una copertina può essere abbracciata e diventare un oggetto transazionale, un sostituto della madre.

Io qui intendo che il supporto è un oggetto transazionale perchè è sostitutivo dell’emittente. Rappresenta per noi il simulacro del soggetto emettitore dell’informazione originale. Così in assenza della voce diretta del narratore, noi investiamo l’oggetto libro della valenza emotiva con la quale investiremmo l’autore. Perchè abbiamo bisogno di investire emotivamente, per poter memorizzare. Perchè noi memorizziamo ciò che ha una rilevanza emotiva per noi. Ricordiamo e consideriamo parte della nostra vita, della nostra cultura, ciò a cui possiamo collegare un emozione. E non possiamo gettare le nostre emozioni nel nulla. Come per il bambino, può anche non esserci la mamma, ma se c’è almeno un oggetto morbido e caldo che assomiglia al maglione della mamma (o al pelo di mamma gorilla, per il baby scimmiotto), noi possiamo agganciarlo, possiamo collegarvi delle emozioni e trarne persino conforto.

Abbiamo almeno bisogno di un oggetto, se non ci sono persone a cui collegare un esperienza. In comunicazione, abbiamo bisogno del simulacro dell’emittente. Inutile descrivere la potenza che assume un media come la televisione, l’oggetto televisione all’interno di una casa. Ma questo è un altro discorso.

Tornando alla musica, il processo di scomparsa del supporto si è quasi completato. Possiamo essere nostalgici quanto ci pare ma i cd sono ormai diventati dei contenitori per musica registrata ad alta definizione, solo perchè è difficile trovarla in rete. Nella migliore delle ipotesi i dischi vengono spacchettati, i loro brani vengono copiati sul pc e successivamente sul lettore mp3, e per quello che serve potrebbero essere reincellofanati e riportati al negozio. Nell’ipotesi realistica, la gente compra degli mp3 da iTunes (software infame, per la cronaca) o li scarica delle reti p2p, e del supporto-oggetto transazionale neanche l’ombra.

Tutto questo discorso, l’avevo già fatto nel 1998. Ma un conto è capire razionalmente una cosa, un conto è sentirla sulla pelle.

Da anni ascolto musica quasi esclusivamente in mp3. Rendendomi conto che veramente la qualità dell’ascolto ne risentiva non poco, ho deciso di ricostituire la mia libreria musicale, codificando almeno in aac plus a 256bit, cosa che consiglio vivamente di fare a tutti quelli che amano la musica. No davvero, è importante.

Comunque avevo appena copiato sul pc le tracce di Mezzanine dei Massive Attack, e mettendo via il disco mi sono reso conto di una cosa: -quel- disco veniva dal mio passato. Sì certo, la musica dei massive, veniva dal mio passato, la sentivo negli anni 90 ok. Non è di questo che parlo. -Quel- disco, quell’oggetto, è il disco che avevo messo su quando anni fa mi lasciò la mia prima fidanzata. Ricordo di aver messo la traccia 1 e di aver ballato con lei per l’ultima volta.

Ok asciugatevi gli occhi con il fazzoletto. Mi sono in qualche modo reso conto che non era solo la musica, ma -quel- disco, era l’oggetto che avevo toccato e messo nel lettore, quella sera lontana. Non era un file, una foto nell’harddisk con la data. Era un oggetto, sopravvisuto al mio passato, era sempre lo stesso. Era fisicamente -quella- cosa. Con attaccate quelle emozioni.

Non ne traggo conclusioni, considero solo che l’oggetto fisico è qualcosa di importante, tanto che con copertine, tag, software di catalogazione visuali, cerchiamo ancora di riprodurre nello spazio immateriale del nostro pc, la sensazione di avere a che fare con qualcosa di compatto, fermo, fissato. Ieri sera ho riscoperto il bisogno di fissare gli mp3 (o aac) di un album in maniera ordinata, in playlist, in cartelle separate, con tracce numerate, copertina. Ho sentito la musica di quegli album per me così importanti in maniera, mi è sembrata, migliore.

Migliore, ma cosa rimarrà? Dopo più di dieci anni, io prendo in mano un disco e a catena arrivano tutti i ricordi di quel periodo, e quel disco ne è la testimonianza tangibile, in senso letterale. E’ tangibile, quella persona è esistita, quei momenti sono esistiti. Ogni volta che volevo sentire Angel o Tear Drop, io prendevo in mano quella cosa. Vi svolgevo azioni, è stato parte della mia vita, ha raccolto i miei microbi, ci ho respirato sopra. Ha le mie impronte digitali.

Immagino che una generazione diversa dalla mia sarà in grado di investire emotivamente in oggetti virtuali, meglio di come sappia farlo io. Certo non avrà senso continuare ad utilizzare oggetti fisici solo per la nostalgia. Qualcosa però va ancora capito. Certo la sensazione di pienezza che ho avuto maneggiando i miei vecchi cd è collegata al fatto che essi appartengono al mio passato. Un ragazzo di adesso avrà altri oggetti transazionali.

Si ma.. quali?

l’energia

11 Agosto 2008 - Leave a Response

Quando parliamo di energia, anche in fisica, parliamo di un entità matematica che quantifica la capacità di svolgere un lavoro, dove il lavoro è definito come il prodotto di un vettore forza per un vettore spostamento. L’energia potenziale è la capacità che un corpo ha di svolgere un lavoro in funzione della sua posizione, quella cinetica in funzione del suo movimento.

In ogni caso, si tratta di un’astrazione matematica che serve ai fisici per misurare, spiegare, calcolare e schematizzare i fenomeni. Nella sostanza dove esistono azioni, forze, lavori effettuati, si può misurare la quantità di energia che consumano, l’energia rimanente nel sistema. E in qualche modo, finchè riesco a misurare la quantità di energia, le forze in gioco e le direzioni dei vettori, posso prevedere, almeno in un sistema chiuso, il comportamento dei corpi e delle particelle. Le cose si complicano un po’ a livello quantistico o relativistico, ma non sono certo la persona più adatta a dissertare di questi argomenti.

Benissimo, non credo di dire cosa nuova, e nemmeno di scivolare nel più ingenuo new-age, se dico che possiamo avere un concetto di energia psichica, o vitale o come vogliamo chiamarla, che ci aiuti a descrivere i fatti psichici, o se non vogliamo ancora una volta adottare la divisione mente/corpo tipica della nostra cultura, un energia tipica dei sistemi vitali coscienti. Un energia che serve per compiere lavoro psichico.

Per parlare di energia è necessario vi sia un corpo, certo. Bè ma si può astrarre. Mi spiego meglio. Anche senza tirare in ballo teorie spiritualistiche (ognuno può averne una propria, quella che più gli aggrada).

I sistemi vitali, o comunque i sistemi complessi in genere, possono organizzarsi a vari livelli, e creare nuove strutture formate dall’interazione delle strutture di più basso livello. E’ uno dei principi della scienza della complessità. Le nuove strutture potranno avere un comportamento nuovo, non riducibile alla somme dei comportamenti del livello più basso di organizzazione. Questo fenomeno viene chiamato emergenza.

Un animale come l’uomo si è evoluto espandendosi oltre diversi di questi stadi, comparabili ai salti quantistici nelle orbite di un elettrone.
Un primo salto di stato è stato quello tra gli organismi unicellulari e quelli pluricerllulari. Il penultimo è stato quello, che abbiamo in comune coi topi, della nascita di un entità astratta, immateriale, che potremo chiamare psiche, un entità fatta di informazione e non più di materia, anche se sulla materia poggia.
L’ultima si chiama Cultura. Un insieme enorme di entità sovraindividuali, sempre fatte di informazione, le quali anch’esse si organizzano secondo proprie regole ed hanno vita propria.

Ho fatto moltissimi salti logici, sto semplificando fino all’inverosimile, mi rendo conto. Naturalmente vi sono molti più passaggi di autoorganizzazione dei sistemi viventi, il fenomeno dell’emergenza (così si chiama nella teoria della complessità) si può applicare a gruppi di individui, alla specie, e ad un infinità di altre strutturazioni incasinatissime. Quello che mi interessa è stabilire che è possibile, anzi è uno dei comportamenti specifici di tutti i sistemi complessi, che un nuovo soggetto nasca, che esso abbia vita propria e proprie regole.
Una lingua, per esempio, è un sistema vivente per suo conto. Ha una nascita, un evoluzione, un adattamento. Si riproduce, si espande, muore. Come una foresta. Come un ecosistema. Come un pensiero.

Non ha importanza di cosa sia fatta un entità di questo tipo, se di materia o di pura informazione. Sempre l’informazione in un certo senso è alla base dei processi, nel senso che la loro dinamicità non risiede nel fatto di esistere in quando entità fisiche, ma nel modello di organizzazione di tale entità. Nel fatto che sia un sistema in disequilibrio stazionario, direbbe un biologo. Certo la variabilità intrinseca della materia fisica con la sua infinita complessità quantistica è un bel brodo primordiale per la nascita di sistemi complessi, per ora difficilmente generabili artificialmente.

Credo di essermi perso. Quello che voglio dire è che se un entità come la psiche è in grado di compiere un lavoro, dobbiamo anche poter ipotizzare una forma di energia per questo lavoro. Emotiva, intellettiva, relazionale, non so se si possa classificare. Si può certamente parlare di energia.
E quando si parla di questa energia, si parla di una quantità che, come nel caso dei sistemi fisici, può essere trasmessa, aumentare o diminuire in un dato sistema vitale, essere scambiata ed utilizzata in modi che appartengono alla sfera, immateriale, dell’universo immateriale in cui la psiche vive, si nutre, si relaziona.

La possibilità di svolgere un compito che ci riporterebbe il ricordo della nostra madre morta, per andare al sodo, non implica l’energia acquisita mangiando il panino al formaggio (anche se senza il panino io non posso sussistere come essere vivente e nemmeno possedere forme diversamente organizzate di energia). Una persona portrebbe consumare tutte le sue energie psichiche nel tentativo di abbattere quel muro, immateriale, e poi recuperarle tutte un momento dopo, lasciando perdere il muro, solo perchè una persona a cui vuole bene gli ha sorriso. Di che energie si tratta?

Certo, che sono in ballo energie per elaborare i ricordi, creare nuove sinapsi, nuovi percorsi elettrici nel cervello. Ok questo è il livello precedente di organizzazione. Ma sarebbe inutile parlarne in questi termini, ai fini dell’analisi psicologica. Sarebbe inutile, per spiegare perchè se non piove si seccano i fiumi, parlare dello stato quantiscico degli elettroni nelle molecole dell’acqua: meglio concentrarsi sul ciclo dell’acqua come sistema e su modelli metereologici.

In psicologia, i modelli sono tanti e non ce n’è uno che si possa dire unico e infallibile, però quello che mi premeva in questo post era di specificare che si può parlare di energia per quanto riguarda il livello di organizzazione immateriale della persona, tanto per chiarire quello che si intenderà in questo blog quando questo concetto verrà utilizzato.
Bene, questo basti, non importa definire “di cosa è fatta” questa energia, perchè neanche la nozione di energia in fisica è “fatta di” qualcosa. L’energia è una quantità matematica, ipotizzata.

Per cui, siccome è indubbio che la psiche svolge un lavoro, ipotizziamo l’esistenza dell’energia psichica.
E qui ci portiamo dietro tutto il resto. Possono esistere campi di energia psichica, flussi di energia psichica e così via. Quando ricorreremo a questi concetti però, sia chiaro che non lo faremo con l’ingenuità della new-age (con la sola imposizione delle mani vi ungerò la giacca e i pantaloni!), nella quale la nozione di campo di energia psichica si fonde con la nozione fisica di campo magnetico, come se ci fosse una forza fisica, azionata dalla mente. Un campo energetico psichico avrà effetto sul livello di organizzazione che è la psiche. E sul livello delle relazioni con le altre entità vitali e coscienti.

l’italia vuole solo vincere

10 Agosto 2008 - Leave a Response

Banale a dirsi, chi non vuole sempre vincere? D’altronde non mi risulta che in passato fosse diverso. Ma qualcosa è diverso, e vorrei capire cosa sia. Perchè io questa volta non riesco a tenere per l’italia, nel calcio, alle olimpiadi, in ogni contesto, e non è una posizione ideologica o politica. Cercherò di spiegarmi.

Sarebbe banale dire che è perchè stavolta si tratta di propaganda, di propaganda per come ne parla Philip Roth. Non solo propaganda di un governo o di un sistema politico, bensì propaganda di se stessi, ma in qualche modo è quello che sta accadendo qui da noi, forse anche da altre parti nel mondo.

Non vogliamo perdere, questo sarebbe umano, anche bello. Ma il fatto è che noi non contempliamo di perdere, come fosse scontato che siamo migliori, che ne abbiamo un qualche diritto, come se fossimo spaventati, terrorizzati dall’idea di non perdere.
Come se ci aspettassimo, fossimo obbligati ad aspettarci la perfezione, da noi stessi, dalla nostra cultura, dal nostro paese, a tutti i livelli. E’ bello voler vincere, ma com’è nel bambino che vuole vincere per forza, che non accetta di perdere e vuole rigiocare, rigiocare, finchè non vince il pallone, finchè non sarà rimasto -solo lui-?

Quel bambino non sta bene, quel bambino è spaventato, è ossessionato dal’idea di poter scomparire, di poter non essere superiore a tutti. Quel bambino non è veramente lì con gli altri, vive solamente all’interno del suo ego, il suo ego ritenuto in pericolo.

Così, come quel bambino, siamo noi tutti ora. Ce lo risputiamo addosso tramite la tv, ognuno deve essere perfetto, buono, indiscutibile, infallibile. Nessuno accetta critiche, e se gli vengono fatte corre come in preda a una frenesia a dimostrare che no, lui è buono, il suo stile di vita è il migliore dei possibili, non gli si può dire niente, anzi chi lo fa altro non è che un calunniatore, è lui il nemico, il bastardo.

E non consideriamo più ciò che siamo, ma ciò che dovremmo essere, e siamo così spaventati dal giudizio, prima di tutti il nostro personale verso noi stessi, che non vediamo più ciò che siamo, neanche la superficie, solo quello che dovremmo essere. Così avviene nei film americani, nei serial, dappertutto. Retorica. Propaganda di se stessi.

Mentre scrivo ci sono le olimpiadi di Pechino 2008. L’Italia vuole solo vincere, ma nel modo descritto sopra. Tutti si aspettano che ci sia dovuto un certo numero di medaglie, anzi dovremmo prenderle -tutte-, tutte quante. Gli altri paesi non esistono, non si può in alcun modo apprezzare le prove delle altre culture. Questo a prescindere da quello che dicono i commentatori, è qualcosa che sta sotto le parole, sta nell’aria.

E toglie ogni fascino a queste olimpiadi. E’ un reality show, come gli altri. Stiamo vincendo molte medaglie, ma per me non contano nulla. E’ vero, contano tanto per gli atleti, gente che ha lavorato parecchio. Ma tutto è devitalizzato, la valenza delle vincite è annullata dalla polarità in controfase della nostra nevrosi collettiva.

Ed è ipocrita. Gli altri sport non hanno ormai nessuna valenza per gli italiani. Solo il calcio. Per tutto l’anno. Nessun italiano è stato preparato ad apprezzare gli altri sport, nemmeno io.

Così non riesco a tenere per gli atleti italiani, perchè so che stavolta più vinceranno, più si rafforzerà la dinamica in cui tutti noi siamo immersi. Stiamo diventando antipatici, profondamente antipatici.