We are Legend

Spesso mi sono chiesto cosa avesse spinto la generazione degli anni sessanta a deviare, cambiare percorso, uscire dai cardini. E cosa invece impedisca di farlo alla mia generazione e a quelle successive, che si inabissano sempre di più in quello che sembra un tunnel senza uscita.

Ieri guardavo un reality dove “ragazzi” e “ragazze” venivano fatti incontrare in appuntamenti al buio e accoppiati a seconda delle loro affinità.
Ragazzi e ragazze, in realtà uomini e donne fatti, che però aderiscono o vengono fatti aderire ai canoni della “cultura giovanile”, definiti dai media e dall’industria dell’intrattenimento.
Uomini e donne vestiti da ragazzi, che si fanno condurre come bestie ottuse, senza la minima resistenza, nelle liturgie dei programmi televisivi. Senza la minima critica, senza nemmeno un accenno di ribellione, di sarcasmo, nemmeno di ironia. Come immagini il tuo ragazzo, la tua ragazza, ti piace la gelosia, sì, no, la lingerie colorata, ti piace che il tuo ragazzo parli con le altre.
Mi chiedo a volte come si sia arrivati a questo.

Negli anni sessanta abbiamo giovani che rinunciano ai beni ed ai meccanismi di valorizzazione sociale proposti e imposti, che criticano i sistemi di gestione del sapere e di potere in tutte le sue forme.
Non disposti a fare definire la propria identità dal mercato, dall’ideologia, dalla politica. Certo, per poi ricadere in altri meccanismi di valorizzazione e di creazione dell’identità, altri sistemi di potere e criteri di appartenenza.
Ma almeno sistemi e criteri di loro scelta. E non quelli dominanti della società in cui vivevano.

Perché cultura “giovanile”? Spesso le guerre e le rivoluzioni sono fatte dai giovani, però non si è mai parlato di giovani come una categoria a se stante, come una cultura ed un orizzonte di visione, credo, prima di quegli anni.
Forse mai come allora lo scontro fu tra generazioni. Le barricate erano nelle strade ma anche in ogni famiglia, come se tutti i giovani fossero diventati dei Romeo e Giulietta innamorati della libertà e delle idee, del pensiero, della filosofia, della musica. O come se tutti partissero con Peter Pan per l’Isola che Non C’è.
Che però c’era eccome. Era lì, appena messo un piede fuori dal sistema di pensiero dominante. Non c’era bisogno di aspettare la rivoluzione. Era nel mondo, nelle connessioni sociali della politica, delle controculture, nel sesso, nell’amicizia, in nuovi legami staccati dalla produzione. Seconda stella a destra. O in quel caso seconda stella a sinistra.

Esattamente che confine hanno valicato quei giovani, in un tempo in cui la parola giovane indicava ancora l’età anagrafica e non un target di mercato? Qual’è il confine che gli attuali giovani, anzi, gli attuali uomini e donne, non riescono a valicare?

Basta pensare a noi stessi. Cosa ci impedisce di staccarci dal sistema di valorizzazione dominante, oggi? Hai un buon lavoro, o lo desideri? Un/a fidanzato/a? Casa? Macchina? O li desideri?
Desideri la tv LED? desideri il macbook pro, l’ipad? Li hai già e quindi ti senti già vuoto e senza scopo?
Sei legato al sistema di valorizzazione e di autovalutazione dominante.
Nessuno più ti giudica se non hai l’oggetto che definisce l’identità, che sia una macchina o un vestito o un cellulare. Ormai lo facciamo da soli, ci auto-puniamo da soli, nella solitudine delle nostre nevrosi. E ci auto-premiamo nella frenesia dei centri commerciali.
E tutte queste cose che compriamo non sono più solo simboli. Sono cose che servono a fare altre cose, a comunicare, a vivere.
Cose a cui, in tutta franchezza, non mi sento di rinunciare.

D’altronde, la musica stessa, che fu una grandissima fonte di energia pura, rivoluzionaria, creativa e visionaria negli anni sessanta, è oggi un mero prodotto che serve a tenere calme le masse, esattamente come la religione.
Non per questo la musica in sé è una cosa negativa.
Come non lo è un televisore 3D.

Facciamo un passo indietro, però. Perché le famiglie degli anni sessanta erano così ben piantate e radicate nel sistema, mentre i giovani no? Erano solo le idee “vecchie”?
Per qualcuno non era solo quello. Era contro una nuova ideologia delle “cose”, che i ragazzi si ribellavano. Contro la schiavitù dell’avere. Contro il sistema economico che non solo sfruttava la forza lavoro, ma stava per comprarsi anche l’anima delle persone. Con i ninnoli.
Se ti importava di quelle cose, eri un “borghese”. Nel senso che ti facevi definire, valorizzare, e giudicavi e valutavi gli altri attraverso ciò che possedevano, e se erano sufficientemente omologati a i comportamenti correlati a questo status. Questa era la loro malattia.

E questa è la nostra malattia.

Solo che stavolta le “cose” non sono solo quelle che potevano interessare ad una generazione uscita dalla guerra, ovvero casa, macchina, sicurezza economica, famiglia. Anche se, certo, nel momento in cui queste cose sono messe in dubbio tornano centrali.

No, a tenerci schiavi sono altre cose. Sono il contorno. Sono tutti gli oggetti pensati e creati da noi per noi. La tecnologia, e vari metodi per tenere vivo il “sogno”, e tenerlo ben distinto dalla realtà. Siamo pur sempre i figli di quelli del sessantotto, e andiamo tenuti a bada. E anche i figli nostri sembrano essere un po’ irrequieti.

Semplicemente, una volta che il movimento è finito, negli anni settanta, è nata l’industria per tutto questo nuovo mercato, che aveva nuova visione, nuove esigenze. Ed era un terreno totalmente inesplorato, una lavagna su cui scrivere.
Sì, una volta finito il movimento sono rimasti i giovani che si muovevano. E non avevano niente da fare.

Dopo il sessantotto hanno continuato ad uscire di casa e a cercare la prima stella a destra, o a sinistra. Ma non trovavano niente. Il vuoto. Dietro non c’era più nulla, indietro non si poteva tornare. E davanti non c’era la nuova identità promessa, giusto? Film come Ecce Bombo raccontano più o meno questo passaggio.

E quando c’è grossa richiesta di qualcosa, si forma l’industria che la produce, no? Così hanno cominciato a produrre delle nuove identità per i giovani.
Hanno creato degli spazi dove si potessero riunire. Bar, discoteche, sale giochi. Un immagine dei “giovani”. Cose-da-fare per i giovani. E hanno continuato.
Naturalmente i giovani hanno fatto in gran parte da soli. E ci sono stati molti altri movimenti spontanei, è chiaro che sto immensamente semplificando.
Però, anche se si sono sviluppate innumerevoli sottoculture o controculture, abbiamo una cultura dominante, mainstream.
Ed è quella, ora come allora, il sistema culturale che definisce le identità e valorizza gli individui. I giovani. E ora che non sono più veramente giovani, definisce gli adulti, per sempre adolescenti.

Ecco come siamo arrivati a quel reality. Ed ecco come siamo diventati tutti “borghesi”.
Siamo schiavi delle cose. Pertanto non siamo liberi, non siamo veramente liberi, dentro.

Ma che c’è di male nel desiderare internet, una tv al plasma, una bella macchina, un tablet, occhiali 3D, voler fare vacanze costose? Niente, come non c’è nulla di male in una casa, una macchina, un posto fisso. Non c’era nulla di male nemmeno allora.
Quando però permettiamo che queste cose che compriamo ci comprino a loro volta, quando sono tramite per il controllo sociale e ci impediscono di vedere che una persona non vale per quello che ha, allora lì c’è un problema.
Lo so, penserete che per voi non vale tutto questo, che voi non siete borghesi.
Ma quand’è l’ultima volta che vi siete fermati a parlare col fisarmonicista arabo che suona sotto il metrò, perché con la fisarmonica è un dio?
A qualcuno saranno capitate cose così, non siamo del tutto stronzi, certo. Ma è raro.
E comunque, a farlo, percepite la tensione sociale attorno? “Se si è fermato a parlare con un povero allora sarà un povero anche lui, oppure sarà un pazzo. Certamente una persona con problemi, se si è ridotta a parlare con un artista di strada vuol dire che non ha amici, non ha una vita.”
Bisogna sembrare al di sopra, no? E se loro sono poveri sarà per colpa loro, vero? Altrimenti non sarebbe per merito-nostro che noi stiamo meglio.
Queste e altre schifezze stanno nella nostra ideologia dominante, nel sistema di idee che ci è passato assieme allo smartphone (il quale non ha nessuna colpa, naturalmente, è anzi una grandissima innovazione).

Sono d’accordo che non si può essere mai veramente liberi, e non c’è una visione pura. Però una persona che per riconoscere la buona musica ha bisogno che gli dicano che è buona musica, che fa quello che gli dicono, che non vede dietro uno schermo di convenzioni, di doveri, di comportamenti, che giudica se stesso e gli altri dalle apparenze, sempre, al punto di non riuscire a vedere più nemmeno uno spiraglio di realtà, questa persona non è libera.

Per cui, gente della mia generazione, trentenni e quasi quarantenni, vi comunico la conclusione cui sono giunto:

noi siamo i borghesi. Siamo il mostro.

E forse, il segnale che le cose staranno finalmente per cambiare sarà quando un ventenne verrà da noi e ci dirà “borghesi di merda!”, o qualsiasi altra parola useranno al posto di borghese.

Aspetto il processo.
We are Legend.

Non ci sono commenti.

Lascia un Commento

Please log in using one of these methods to post your comment:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.