quello che non siamo

E’ arrivato il momento infine di parlarne. E’ ormai appurato che siamo un sacco di cose nuove, che abbiamo un sacco di cose nuove. Questo nuovo secolo ci ha resi diversi o ci ha trovato cambiati. Le crisi economiche, le nuove tecnologie e tutti i nuovi mezzi di comunicazione, ok. Speranze sono andate in frantumi per la nostra generazione, chi ne fa parte lo sa. Il posto nel mondo che avrebbe dovuto esserci per noi e che non c’è stato. Tutto è andato in frantumi, spazzato via da una specie di vento, da tante nuove cose poche delle quali si sono veramente innestate nella nostra realtà, nel nostro mondo. L’attenzione continuamente spostata da una cosa all’altra, l’improvviso espandersi del nostro sistema nervoso nelle reti ed il suo contrarsi a difesa. Abbiamo una consapevolezza collettiva, mondiale, transnazionale, per la prima volta nella storia del mondo e non abbiamo nulla di tutto ciò, nella pratica. Abbiamo il contrarsi della consapevolezza contemporaneo al suo espandersi. Abbiamo tante cose che non sono state spiegate di questo cambiamento, e non lo saranno ancora per molto tempo. Ma una cosa è certa. Non siamo più quello che eravamo, e non siamo quello che stavamo diventando. Siamo quello che siamo diventati. Tautologie? Va bene.

Molto di tutto questo è un inganno. Lo è spesso all’inizio dei secoli, diamo agli anni zero una valenza, nell’immaginario, che è insuperabile. Pensiamo che la potenza dei numeri possa farci fare dei salti avanti, è una suggestione potente.

Ma cos’è successo veramente? Eravamo in giro nelle nostre piazze, nelle nostre città. Ora siamo da un altra parte, non necessariamente in un luogo. Il nostro gioco era il gioco della realtà. La realtà è sempre virtuale, certo (questa è una delle cose che abbiamo capito esistendo nei mondi virtuali digitali, anche se lo avevano già capito i filosofi prima ancora di tutto questo), ma il nostro mondo era quello fisico,  il supporto era la città o comunque la natura. La piattaforma era quella, per le interazioni, per le identità. La realtà la vedevamo come sempre filtrata attraverso la visione che avevamo di essa, certo. Ma non attraverso un navigatore GPS. Era importante sapere dove eravamo, potevamo perderci. Per comunicare con una data persona era necessario essere in un dato -luogo-. La nostra posizione spaziale era importante. Le nostre coordinate nello spazio-tempo. Potevamo stare soli, veramente soli, mentre eravamo in giro. Mentre la casa già cominciava a configurarsi come una porta per l’esterno, invece che come una caverna, ok. Era comunque ancora una coordinata forte. Ora la casa è sempre questa porta, e portiamo anche sempre dietro un cellulare o un computer. Non è importante dove siamo. Non è più importante.

Spesso noi di questa generazione ricordiamo con nostalgia però, come eravamo prima. Ricordiamo l’aria della sera d’estate e l’odore del muro che ancora trattiene il calore del giorno, ricordiamo il ritorno a casa dopo essere stati tra amici, la pienezza di quella sensazione. Di essere lì. Di essere in un punto dello spazio-tempo. Di essere appagati dall’esistenza, dai rapporti sociali, dall’aver conosciuto magari non una nuova persona ma un nuovo aspetto di una persona che conoscevamo, o aver insieme compreso un pezzettino di senso del mondo. Fuso con l’aria della sera estiva. Lì, tra la terra e il cielo e noi.

Ricordiamo che a volte non ci sono dubbi. Non ci sono sempre dubbi. C’è l’aria e la musica e la vita e a volte su alcune cose non c’è alcun dubbio. Non è detto che possa sempre essere in un altro modo, avere un altro layer. Condividevamo se avevamo fortuna alcuni di questi momenti, la lucidità del mondo. Ora spesso la trama della realtà è più opaca e a tratti strappata, stirata, sottile.

Spesso abbiamo nostalgia, ricordiamo che la magia esiste. E ci chiediamo se i ragazzi di adesso potranno scoprirlo ancora nonostante tutti gli inganni. Perchè avevamo questa capacità, noi di questa generazione. Di attraversare la realtà con un laser e andare al sodo, guardare attraverso le nebbie, volare sopra le nuvole, esserci. A volte penso che ce l’abbiamo ancora, che questa generazione debba ancora dirla, la sua ultima parola. Perchè non è tutto senza senso. Non è tutto uguale, e una visione potente può tornare, una volta che si sono fatti i conti con tutte le nuove cose.

Eppure io in questo momento scrivo liberamente solo perchè mi è capitato di essere espulso temporaneamente (spero) dal processo produttivo, sono rimasto una settimana a casa, sono dovuto scendere dal nastro trasportatore dell’andare al lavoro, tornare, guardare ciò che sapete ci rifila la tv, cucinare qualcosa, continuare magari a lavorare sul pc e poi andare a dormire quando riesce di farlo. Ogni sera così stanchi e stravolti e col senso di perderci la vita. Perciò mi capita così, dopo questi giorni si riaccende qualcosa e mi guardo attorno. Normalmente, diciamolo, siamo in una vita che non riconosciamo. Non credo di parlare per tutti, certo. Per lo meno per quelli che avvertono la stessa cosa. Che avvertono quello che non siamo.

Eppure il senso stava tutto lì, quell’esserci era potente, quell’esserci era sentire la musica e sapere che era la voce della nostra anima, il nostro grido al mondo. Ricordate Sunday Bloody Sunday? Sì credo ricordiate. Era un po’ diverso che consumare una canzonetta ben fatta cercando di non comprarla. Era una cosa che non c’entrava proprio proprio un cazzo con tutto questo. Cosa eravamo? Cosa ci stanno impedendo di essere? Di cosa forse hanno paura? Cos’è che gli sta tanto sul cazzo da doverci convincere che siamo dei coglioni? Scusate le parolacce. Ne abbiamo sempre usate parecchie.

Sei questo, sei quello, questo va bene, questo no. Cobain si è ucciso e noi elemosiniamo il loro lavoro inutile, a fare pubblicità, marketing, lavorare per banche, pertrolieri, carte di credito, progetti e progetti. Metteteveli nel culo, i vostri progetti. Cordiali Saluti.

Perchè tutto questo, tutto quello che stiamo facendo, di giorno in giorno, è quello che non siamo. Noi siamo il resto, quello che non vedono, quello che non siamo.

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