Banale a dirsi, chi non vuole sempre vincere? D’altronde non mi risulta che in passato fosse diverso. Ma qualcosa è diverso, e vorrei capire cosa sia. Perchè io questa volta non riesco a tenere per l’italia, nel calcio, alle olimpiadi, in ogni contesto, e non è una posizione ideologica o politica. Cercherò di spiegarmi.
Sarebbe banale dire che è perchè stavolta si tratta di propaganda, di propaganda per come ne parla Philip Roth. Non solo propaganda di un governo o di un sistema politico, bensì propaganda di se stessi, ma in qualche modo è quello che sta accadendo qui da noi, forse anche da altre parti nel mondo.
Non vogliamo perdere, questo sarebbe umano, anche bello. Ma il fatto è che noi non contempliamo di perdere, come fosse scontato che siamo migliori, che ne abbiamo un qualche diritto, come se fossimo spaventati, terrorizzati dall’idea di non perdere.
Come se ci aspettassimo, fossimo obbligati ad aspettarci la perfezione, da noi stessi, dalla nostra cultura, dal nostro paese, a tutti i livelli. E’ bello voler vincere, ma com’è nel bambino che vuole vincere per forza, che non accetta di perdere e vuole rigiocare, rigiocare, finchè non vince il pallone, finchè non sarà rimasto -solo lui-?
Quel bambino non sta bene, quel bambino è spaventato, è ossessionato dal’idea di poter scomparire, di poter non essere superiore a tutti. Quel bambino non è veramente lì con gli altri, vive solamente all’interno del suo ego, il suo ego ritenuto in pericolo.
Così, come quel bambino, siamo noi tutti ora. Ce lo risputiamo addosso tramite la tv, ognuno deve essere perfetto, buono, indiscutibile, infallibile. Nessuno accetta critiche, e se gli vengono fatte corre come in preda a una frenesia a dimostrare che no, lui è buono, il suo stile di vita è il migliore dei possibili, non gli si può dire niente, anzi chi lo fa altro non è che un calunniatore, è lui il nemico, il bastardo.
E non consideriamo più ciò che siamo, ma ciò che dovremmo essere, e siamo così spaventati dal giudizio, prima di tutti il nostro personale verso noi stessi, che non vediamo più ciò che siamo, neanche la superficie, solo quello che dovremmo essere. Così avviene nei film americani, nei serial, dappertutto. Retorica. Propaganda di se stessi.
Mentre scrivo ci sono le olimpiadi di Pechino 2008. L’Italia vuole solo vincere, ma nel modo descritto sopra. Tutti si aspettano che ci sia dovuto un certo numero di medaglie, anzi dovremmo prenderle -tutte-, tutte quante. Gli altri paesi non esistono, non si può in alcun modo apprezzare le prove delle altre culture. Questo a prescindere da quello che dicono i commentatori, è qualcosa che sta sotto le parole, sta nell’aria.
E toglie ogni fascino a queste olimpiadi. E’ un reality show, come gli altri. Stiamo vincendo molte medaglie, ma per me non contano nulla. E’ vero, contano tanto per gli atleti, gente che ha lavorato parecchio. Ma tutto è devitalizzato, la valenza delle vincite è annullata dalla polarità in controfase della nostra nevrosi collettiva.
Ed è ipocrita. Gli altri sport non hanno ormai nessuna valenza per gli italiani. Solo il calcio. Per tutto l’anno. Nessun italiano è stato preparato ad apprezzare gli altri sport, nemmeno io.
Così non riesco a tenere per gli atleti italiani, perchè so che stavolta più vinceranno, più si rafforzerà la dinamica in cui tutti noi siamo immersi. Stiamo diventando antipatici, profondamente antipatici.