We are Legend

Spesso mi sono chiesto cosa avesse spinto la generazione degli anni sessanta a deviare, cambiare percorso, uscire dai cardini. E cosa invece impedisca di farlo alla mia generazione e a quelle successive, che si inabissano sempre di più in quello che sembra un tunnel senza uscita.

Ieri guardavo un reality dove “ragazzi” e “ragazze” venivano fatti incontrare in appuntamenti al buio e accoppiati a seconda delle loro affinità.
Ragazzi e ragazze, in realtà uomini e donne fatti, che però aderiscono o vengono fatti aderire ai canoni della “cultura giovanile”, definiti dai media e dall’industria dell’intrattenimento.
Uomini e donne vestiti da ragazzi, che si fanno condurre come bestie ottuse, senza la minima resistenza, nelle liturgie dei programmi televisivi. Senza la minima critica, senza nemmeno un accenno di ribellione, di sarcasmo, nemmeno di ironia. Come immagini il tuo ragazzo, la tua ragazza, ti piace la gelosia, sì, no, la lingerie colorata, ti piace che il tuo ragazzo parli con le altre.
Mi chiedo a volte come si sia arrivati a questo.

Negli anni sessanta abbiamo giovani che rinunciano ai beni ed ai meccanismi di valorizzazione sociale proposti e imposti, che criticano i sistemi di gestione del sapere e di potere in tutte le sue forme.
Non disposti a fare definire la propria identità dal mercato, dall’ideologia, dalla politica. Certo, per poi ricadere in altri meccanismi di valorizzazione e di creazione dell’identità, altri sistemi di potere e criteri di appartenenza.
Ma almeno sistemi e criteri di loro scelta. E non quelli dominanti della società in cui vivevano.

Perché cultura “giovanile”? Spesso le guerre e le rivoluzioni sono fatte dai giovani, però non si è mai parlato di giovani come una categoria a se stante, come una cultura ed un orizzonte di visione, credo, prima di quegli anni.
Forse mai come allora lo scontro fu tra generazioni. Le barricate erano nelle strade ma anche in ogni famiglia, come se tutti i giovani fossero diventati dei Romeo e Giulietta innamorati della libertà e delle idee, del pensiero, della filosofia, della musica. O come se tutti partissero con Peter Pan per l’Isola che Non C’è.
Che però c’era eccome. Era lì, appena messo un piede fuori dal sistema di pensiero dominante. Non c’era bisogno di aspettare la rivoluzione. Era nel mondo, nelle connessioni sociali della politica, delle controculture, nel sesso, nell’amicizia, in nuovi legami staccati dalla produzione. Seconda stella a destra. O in quel caso seconda stella a sinistra.

Esattamente che confine hanno valicato quei giovani, in un tempo in cui la parola giovane indicava ancora l’età anagrafica e non un target di mercato? Qual’è il confine che gli attuali giovani, anzi, gli attuali uomini e donne, non riescono a valicare?

Basta pensare a noi stessi. Cosa ci impedisce di staccarci dal sistema di valorizzazione dominante, oggi? Hai un buon lavoro, o lo desideri? Un/a fidanzato/a? Casa? Macchina? O li desideri?
Desideri la tv LED? desideri il macbook pro, l’ipad? Li hai già e quindi ti senti già vuoto e senza scopo?
Sei legato al sistema di valorizzazione e di autovalutazione dominante.
Nessuno più ti giudica se non hai l’oggetto che definisce l’identità, che sia una macchina o un vestito o un cellulare. Ormai lo facciamo da soli, ci auto-puniamo da soli, nella solitudine delle nostre nevrosi. E ci auto-premiamo nella frenesia dei centri commerciali.
E tutte queste cose che compriamo non sono più solo simboli. Sono cose che servono a fare altre cose, a comunicare, a vivere.
Cose a cui, in tutta franchezza, non mi sento di rinunciare.

D’altronde, la musica stessa, che fu una grandissima fonte di energia pura, rivoluzionaria, creativa e visionaria negli anni sessanta, è oggi un mero prodotto che serve a tenere calme le masse, esattamente come la religione.
Non per questo la musica in sé è una cosa negativa.
Come non lo è un televisore 3D.

Facciamo un passo indietro, però. Perché le famiglie degli anni sessanta erano così ben piantate e radicate nel sistema, mentre i giovani no? Erano solo le idee “vecchie”?
Per qualcuno non era solo quello. Era contro una nuova ideologia delle “cose”, che i ragazzi si ribellavano. Contro la schiavitù dell’avere. Contro il sistema economico che non solo sfruttava la forza lavoro, ma stava per comprarsi anche l’anima delle persone. Con i ninnoli.
Se ti importava di quelle cose, eri un “borghese”. Nel senso che ti facevi definire, valorizzare, e giudicavi e valutavi gli altri attraverso ciò che possedevano, e se erano sufficientemente omologati a i comportamenti correlati a questo status. Questa era la loro malattia.

E questa è la nostra malattia.

Solo che stavolta le “cose” non sono solo quelle che potevano interessare ad una generazione uscita dalla guerra, ovvero casa, macchina, sicurezza economica, famiglia. Anche se, certo, nel momento in cui queste cose sono messe in dubbio tornano centrali.

No, a tenerci schiavi sono altre cose. Sono il contorno. Sono tutti gli oggetti pensati e creati da noi per noi. La tecnologia, e vari metodi per tenere vivo il “sogno”, e tenerlo ben distinto dalla realtà. Siamo pur sempre i figli di quelli del sessantotto, e andiamo tenuti a bada. E anche i figli nostri sembrano essere un po’ irrequieti.

Semplicemente, una volta che il movimento è finito, negli anni settanta, è nata l’industria per tutto questo nuovo mercato, che aveva nuova visione, nuove esigenze. Ed era un terreno totalmente inesplorato, una lavagna su cui scrivere.
Sì, una volta finito il movimento sono rimasti i giovani che si muovevano. E non avevano niente da fare.

Dopo il sessantotto hanno continuato ad uscire di casa e a cercare la prima stella a destra, o a sinistra. Ma non trovavano niente. Il vuoto. Dietro non c’era più nulla, indietro non si poteva tornare. E davanti non c’era la nuova identità promessa, giusto? Film come Ecce Bombo raccontano più o meno questo passaggio.

E quando c’è grossa richiesta di qualcosa, si forma l’industria che la produce, no? Così hanno cominciato a produrre delle nuove identità per i giovani.
Hanno creato degli spazi dove si potessero riunire. Bar, discoteche, sale giochi. Un immagine dei “giovani”. Cose-da-fare per i giovani. E hanno continuato.
Naturalmente i giovani hanno fatto in gran parte da soli. E ci sono stati molti altri movimenti spontanei, è chiaro che sto immensamente semplificando.
Però, anche se si sono sviluppate innumerevoli sottoculture o controculture, abbiamo una cultura dominante, mainstream.
Ed è quella, ora come allora, il sistema culturale che definisce le identità e valorizza gli individui. I giovani. E ora che non sono più veramente giovani, definisce gli adulti, per sempre adolescenti.

Ecco come siamo arrivati a quel reality. Ed ecco come siamo diventati tutti “borghesi”.
Siamo schiavi delle cose. Pertanto non siamo liberi, non siamo veramente liberi, dentro.

Ma che c’è di male nel desiderare internet, una tv al plasma, una bella macchina, un tablet, occhiali 3D, voler fare vacanze costose? Niente, come non c’è nulla di male in una casa, una macchina, un posto fisso. Non c’era nulla di male nemmeno allora.
Quando però permettiamo che queste cose che compriamo ci comprino a loro volta, quando sono tramite per il controllo sociale e ci impediscono di vedere che una persona non vale per quello che ha, allora lì c’è un problema.
Lo so, penserete che per voi non vale tutto questo, che voi non siete borghesi.
Ma quand’è l’ultima volta che vi siete fermati a parlare col fisarmonicista arabo che suona sotto il metrò, perché con la fisarmonica è un dio?
A qualcuno saranno capitate cose così, non siamo del tutto stronzi, certo. Ma è raro.
E comunque, a farlo, percepite la tensione sociale attorno? “Se si è fermato a parlare con un povero allora sarà un povero anche lui, oppure sarà un pazzo. Certamente una persona con problemi, se si è ridotta a parlare con un artista di strada vuol dire che non ha amici, non ha una vita.”
Bisogna sembrare al di sopra, no? E se loro sono poveri sarà per colpa loro, vero? Altrimenti non sarebbe per merito-nostro che noi stiamo meglio.
Queste e altre schifezze stanno nella nostra ideologia dominante, nel sistema di idee che ci è passato assieme allo smartphone (il quale non ha nessuna colpa, naturalmente, è anzi una grandissima innovazione).

Sono d’accordo che non si può essere mai veramente liberi, e non c’è una visione pura. Però una persona che per riconoscere la buona musica ha bisogno che gli dicano che è buona musica, che fa quello che gli dicono, che non vede dietro uno schermo di convenzioni, di doveri, di comportamenti, che giudica se stesso e gli altri dalle apparenze, sempre, al punto di non riuscire a vedere più nemmeno uno spiraglio di realtà, questa persona non è libera.

Per cui, gente della mia generazione, trentenni e quasi quarantenni, vi comunico la conclusione cui sono giunto:

noi siamo i borghesi. Siamo il mostro.

E forse, il segnale che le cose staranno finalmente per cambiare sarà quando un ventenne verrà da noi e ci dirà “borghesi di merda!”, o qualsiasi altra parola useranno al posto di borghese.

Aspetto il processo.
We are Legend.

drive in forever

Tra le molte cose che vengono confuse e strumentalizzate, in questo periodo, c’è anche la “questione femminile”. Certo, quella vera e propria riguarda le donne la cui libertà di espressione viene ancora repressa, le donne che nel mondo vengono discriminate, violentate, mutilate, uccise.
Ma c’è anche una piccola questione femminile adesso in Italia, nel momento in cui l’immagine e l’identità femminile vengono usate, ancora una volta, allo scopo del mantenimento del potere (che sia esercitato da uomini o donne), e nel momento in cui sul corpo della donna si giocano battaglie (pseudo)politiche.
La confusione arriva al punto che gli stessi propagandisti e fautori di un immagine della donna limitata, riflesso di un immagine dell’uomo altrettanto mutilata e svilente, risultino come difensori della libertà sessuale, del progresso dei costumi e via dicendo.

A mio parere l’umiliazione cui sono state e sono sottoposte le donne sulle reti mediaset – spettacolo che, ora si sa, era rappresentazione ed emanazione della fantasia privata di Silvio Berlusconi – nulla ha che fare con la libertà sessuale e l’emancipazione della donna.
Se quasi in ogni trasmissione vengono mostrate nude, costrette ad eseguire indicazioni come fossero esseri da guidare a disposizione del conduttore è perché sono condotte davanti alle telecamere come schiave al mercato, non perché siano veramente padrone del proprio corpo. Poco conta che lo facciano per lavorare, per soldi, per fama o per altro. Il sistema di potere che, come in una catena di montaggio, dispone per l’umiliazione delle persone, tramite un sistema di premi e punizioni, è un meccanismo ben oliato che funziona, ed è pianificato dall’inizio.
E questo meccanismo non umilia solo le donne dello spettacolo, ma anche gli uomini, i giornalisti, ragazzi che stanno imparando a cantare costretti a fare i pagliacci, vecchi vip che hanno fatto il loro tempo ai quali viene dato un cappello da giullare e vengono fatti ballare e umiliati pubblicamente.

Tornando alle donne, se vengono negate come persone nella propria interezza è ancora una volta per soddisfare nevrosi (maschili o femminili), e concettualmente il loro essere nude non è affatto diverso dal portare un burka. Se ci pensate, è proprio la stessa cosa. Trovo altrettanto umiliante costringere (o determinare l’esistenza di una cultura che preveda e incoraggi) le donne a girare nude e a obbedire come sceme. Non a caso essere privati dei vestiti e costretti a rimanere nudi è una forma di violenza utilizzata nella tortura.
Intendiamoci. Va benissimo girare nudi. Il problema si pone quando le persone sono spinte a spogliarsi in un contesto di umiliazione e deprivazione di identità. Per esempio, in un campeggio per nudisti ci si va spontaneamente e la gente è contenta e libera, invece le donne costrette a sfilare nude in un campo di concentramento sono un altra cosa. E’ ovviamente un esempio estremo.

Il problema è che in un gioco privato donne e uomini si possono mascherare, spogliare, far finta di essere padroni e schiavi, fare quello che vogliono. Ma se tutto ciò è passato come modello reale dalle tv nazionali, in fascia diurna, quando la realtà viene ridotta a quella dimensione e non viene proposto nessun altro modello, nessun altra idea, si tratta di comportamenti che vengono imposti come standard.
Berlusconi ha imposto, come ci si poteva aspettare, una sovrapposizione del “fantastico” televisivo – del suo fantastico televisivo, sempre stato squallido e idiota – sulla realtà.
Che so, un conto è se io vedo un film dove le donne sono strafiche vestite di lattice che vengono dallo spazio e gli uomini sono eroi saltano sulle scarpe a molla di Paperinik. Ma se mi dimentico che è un film e scambio il film per la realtà, tanto che le donne poi si credono strafiche aliene e gli uomini si mettono a zompare per la strada, qualcosa di malato sta accadendo. Un conto è la fantasia erotica di una vestita da infermiera che sia sempre disponibile. Un conto è imporre ad una generazione di donne il modello secondo cui nella realtà di tutti i giorni devono conformarsi a quel comportamento, per avere successo.

Quindi io trovo giusto che le donne si siano ribellate e abbiano manifestato, questa settimana. Ma questo discorso va approfondito, perché è sottile il confine che separa lo scagliarsi contro questo fenomeno dallo scagliarsi contro le donne stesse che fanno televisione spogliandosi, o contro le prostitute.

Che vi sia astio verso chi guadagna tantissimi soldi prostituendosi, per esempio, tradisce semplicemente la frustrazione di non potere avere soldi e quindi l’odio per chi fa il salto in avanti utilizzando una “via più breve”. Ma chi si prostituisce paga anche caro, quello che guadagna. D’altronde anche un atleta può arrivare a guadagnare 100 volte un operaio, ma rischia anche di rovinarsi i legamenti o che gli scoppi il cuore.
Quindi se facciamo così, beh.. ci siamo cascati. Nel berlusconismo, nel craxismo. Nella politica che allarga sempre di più la forbice sociale tra ricchi e poveri, per poi alimentare il desiderio dei poveri di diventare ricchi, e nel contempo l’odio per chi riesce ad arricchirsi.
E quell’odio generato dalla crisi economica viene pilotato, è una strategia vecchia. Lo pilotò hitler prima contro i malati “parassiti” sociali, poi contro gli ebrei.
Da noi si sa, viene pilotato contro gli stranieri, come fossero colpevoli dei nostri guai, per la gente ora è normale pensare che dei problemi di cui noi siamo responsabili (e chi altro?) come la crisi economica, la mafia, il degrado delle periferie, la mancanza di lavoro, siano responsabili dei poveretti che vengono in Italia senza una lira.
La gente soffre la crisi economica, vive sotto pressione, può solo sperare in un colpo di culo per uscirne. I ricchi sono sempre più ricchi e girano per milano con auto piene di donne e cocaina.

Ora, questa particolare “dittatura del drive-in” sta portando a una strategia di un tipo nuovo, veramente squallido. Ridicolo, se vogliamo. Addirittura il bersaglio, o il capro espiatorio sociale-economico, stanno diventando le donne. Le donne stesse, o comunque queste donne immaginarie della fantasia televisiva e mediatica collassata sulla realtà.
Ci sono tutti gli aspetti tipici del fenomeno discriminatorio. In televisione manca poco che tirino alle soubrette le noccioline nella gabbia, come fossero esseri inferiori. Sistematicamente delle “pupe” vengono schernite e derise come erano derisi i neri, o gli ebrei.
A mio parere si stanno tirando le somme di un ventennio di propaganda in questo senso, da parte della televisione di Berlusconi, tanto che certe idee sono entrate pure nella testa della gente di sinistra: In europa facciamo solo ridere, coi nostri sorrisini sornioni, quando facciamo una battuta tipo “sì, come no, quella è arrivata lì facendo pompini”, anche solo perché è bella. E’ roba da ridere, pensano che siamo rincoglioniti. E hanno ragione.
Si è riuscito a fare tutto questo, a trasformare l’immagine della donna in un capro espiatorio, e per giunta in uno stato laico. Cioè questa distruzione e irregimentazione dell’identità femminile non avviene tramite la religione, ma tramite una malintesa e falsata emancipazione, e si tratta addirittura solo dell’estensione, dell’ipertrofizzazione della fantasia erotica di un singolo uomo, in tutto il paese, cosa che tra l’altro distrugge anche la complessità culturale dell’erotismo presente nella nostra cultura.

Quindi, quando vedo che all’interno della stessa legittima protesta contro tutto ciò ci si scaglia contro le prostitute o si fanno battute, io vedo che in realtà il berlusconismo è andato più a fondo di quanto pensassi. Vedo che quel meccanismo sta passando, la trasformazione delle stesse donne in capro espiatorio sociale.
Chiaro che sono contentissimo che ci sia stata questa manifestazione, che in gran parte evidenziava proprio il problema di cui stiamo parlando qui. Dico solo di stare attenti a non cadere nell’ennesima trappola dei quest’ideologia dominante. Perché finisce sempre che ogni volta, per contrastarla, ci cadiamo dentro come delle pere cotte. E finisce sempre, alla fine che Berlusconi si rafforza.

Qual’è la soluzione? Fare politica. Ma politica davvero. Per esempio: la ragione per cui io sotto casa ho bande di sudamericani ed egiziani che si prendono a coltellate, è economica. E’ sociale. Non è perché gli egiziani sono stronzi e i sudamericani ubriaconi.
Politica. Il craxismo è stato fallimentare, ci ha portato fuori dall’europa, sta aumentando la separazione tra le classi sociali e l’impossibilità di passare i confini tra esse. Da qui il fatto che le persone siano “disposte a tutto” per assaporare il mondo dei ricchi. E da qui l’odio/amore per chi riesce a fare il salto. E la svalutazione di tutto il resto, della cultura, di noi, di tutto.
Ed è stato sempre il craxismo, proseguito da Berlusconi, a portare al potere questa classe imprenditoriale senza scrupoli che stava nascendo nella “Milano da bere”, questa borghesia non illuminata che agisce solo per proprio interesse e sollazzo, impoverendo il paese.
Non è tanto il fatto che berlusconi è un coglione patentato fatto e finito. Il fatto è che ha la stessa politica di Craxi. E’ che quando va su la sinistra, continua la politica di Craxi. Non ne siamo usciti. Qualcuno dovrebbe parlarne.

Quello che sta subendo e ha subito l’immagine e l’identità delle donne italiane, è solo la creazione di un nuovo bersaglio per la rabbia sociale, di un nuovo spettacolo per gladiatori che eccita, stimola il desiderio e anche tutti gli altri sentimenti morbosi.
Ma sappiamo benissimo quanto sono pericolosi questi meccanismi, quando il potere si unisce al sentimento popolare nel profilare e condannare classi sociali, persone, etnie, comportamenti, generi. Sì, anche generi, guardate per esempio cosa accade alle donne nei paesi governati da un islam estremista. E la chiesa cattolica bruciava le donne sul rogo.

Per cui mi sembra che il ritorno del modello sessista abbia stavolta una natura diversa da quello che ci eravamo (o credevamo ci fossimo) lasciati alle spalle. Non è la rottura dei vecchi ruoli di uomo e donna nella famiglia, bensì la costruzione di un’immagine della donna tutta nuova, che non ha più nessun ruolo, neanche quello di madre e sposa che aveva nella famiglia tradizionale. Una donna-manichino, controllabile, prevedibile, da guidare. E quando una fantasia, che dovrebbe essere una singola fantasia (erotica in questo caso), esce dall’ambito della fiction e si trasforma in realtà, penso si possa parlare di psicosi collettiva.

Se ci si riflette, la professione di prostituta è in realtà rispettabilissima (certo se non si è cattolici fondamentalisti e non si pensa che sia peccato mortale), può essere considerato un brutto lavoro, ma la gente fa le cose più strane, anche lavori che potrebbero sembrare bruttissimi. E per qualcuno è addirittura un bel lavoro. Il punto è che le prostitute possono essere o non essere persone per bene, possono essere o non essere corrotte.
Se pensiamo che il fatto che una persona per lavoro venda prestazioni sessuali renda di per se questa persona comprabile, corruttibile a tutti i livelli, addirittura per forza infida, traditrice e mentitrice, facciamo un errore logico, psicologico e morale enorme.
Dietro queste posizioni, che si trovano ovviamente a destra (“come fate a crederle, è una puttana!”) o a sinistra (“in italia ci sono anche donne per bene!”) ci sono presupposti sessisti: sono soldi facili, ottenuti “ingannando”, perché si sa, è colpa delle donne che adescano i clienti, gli uomini italiani sono persone pure, ma non possono resistere al canto della sirena. E di una puttana non ci si può fidare, certo viene a letto con te “solo per soldi” ma andrebbe a letto con un altro subito dopo. Ma va?
Dietro questo argomento c’è un ginepraio di ipocrisia, in noi italiani, sessismo, invidia, bigottismo, fanatismo, semplice stupidità. Che dovremmo una volta o l’altra lasciarci alle spalle.
Una puttana non è necessariamente una schiava. Può recitare di esserlo se pagata per farlo, semmai. Ma poi torna persona libera. E’ un lavoro.
Invece, estendere il concetto di prostituzione fino a considerare quello il modello di comportamento femminile, è malato, è folle.
Andare avanti a capire queste cose non vuol dire andare verso la visione del mondo di berlusconi. La sinistra dovrebbe mettersi in testa che berlusconi e il suo modello non sono la cosa nuova e il futuro.

Risulta evidente, una volta fatta un po’ di chiarezza, che il punto non è essere una prostituta e il punto non è nemmeno un presidente del consiglio che va con le prostitute. Non è male di per sé, essere una prostituta, e non è male essere cliente.
Non è male fare il giornalista. Male è fare il giornalista corrotto. E male è corrompere un giornalista.
Se facciamo pulizia di queste idee distorte arriviamo a capire che una puttana potrebbe essere o non essere corrotta, come tutti. Che il fatto di svolgere una data professione non significa essere persone corrotte o ricattatrici. Se lo pensiamo di una professione, c’è un pregiudizio (in questo caso certamente di origine religioso).

Si capisce allora che il punto è un altro: uomini e donne, prostitute o giornalisti, avvocati e politici, così corrotti e stregati dai soldi e dal potere, dal sesso e dalla droga, da trasformarsi in manichini che fanno sempre quello che lui si aspetta. O che addirittura agiscono anche senza coercizione, prima ancora di una sua indicazione, solo per smania di compiacerlo.
E’ un comportamento psicotico di controllo, è narcisismo, ed è un abuso, è manipolazione delle persone e del proprio consenso, a tutti i livelli.

In ogni caso, la soluzione è tornare a ragionare da persone adulte, cercare la reale causa dei problemi, tornare a fare discorsi di economia, di politica, di rapporti internazionali, di filosofia, sociologia. Quella sul craxismo è una mia opinione, certo. Ma torniamo a discuterne. Se non lo facciamo, cadiamo nella trappola, rimaniamo in questo vortice psicotico, in questo mondo finto, e una volta che l’ultimo italiano avrà staccato gli ormeggi con la realtà, allora ci potranno portare dove vogliono.

Così accade nelle dittature. E la nostra dittatura sarà speciale, sarà.. drive in forever.

contro il gabibbo

Avete presente quando qualcosa ci dà una brutta sensazione, ma ci si sente confusi e non si capisce cosa ci sia che non va e poi, siccome non si trova razionalmente nulla da eccepire, si fa buon viso a cattivo gioco? 
Ecco, questo è l’effetto che mi hanno sempre fatto tutte quelle trasmissioni di Mediaset come Striscia la Notizia, Le Iene, Mai dire Gol e varia altra roba apparentemente di sinistra che circola insieme al resto delle schifezze sulle nostre reti televisive. Mi chiedo se qualcun’altro come me provi nei confronti di questi spettacoli la stessa repulsione sotterranea, lo stesso senso di estraneità.

Spinto da queste sensazioni e da questi dubbi, è un po’ di tempo che cerco di capire a cosa questo fastidio sia dovuto; non che non ci dorma la notte, si intenda.
Perché proprio con il gabibbo me la devo prendere? Il gabibbo è innocuo, è grosso e rosso e buono, e ci aiuta. Già, povero gabibbo, lui non ne ha colpa. Un attimo però. Vi ricordate quanto rompeva i coglioni all’inizio il gabibbo? Nel corso degli anni 90 ci si è assuefatti.

Innanzi tutto c’è da domandarsi: abbiamo una fiducia incrollabile in quelle persone, in quei redattori, in quei presentatori, in quegli autori. Abbiamo fiducia nel loro giudizio. Si dà per scontato che siano “amici”, che siano “saggi”. Su che sostrato poggia questa fiducia?
Io credo si posi su di un forzato senso di familiarità che è stato creato ad arte sulle reti Mediaset, sin dagli anni 80. Sin dalla loro prima comparsa nelle nostre case, i programmi delle reti Fininvest hanno dato come per scontato di essere qualcosa di appartenente alle nostre famiglie. Il meccanismo dell’autocelebrazione, che di solito riconosciamo come la strategia patetica degli stolti e degli imbonitori, è il fulcro della cultura di quest’azienda stretta in cerchio attorno al suo proprietario. Lo è sempre stato sin dall’inizio. Questo senso di imbonimento colorato e stantio, da televendita di pentole, e di rispetto, apprezzamento quasi religioso dell’imprenditore-padre.

Sin dall’inizio se la sono cantata e se la sono suonata, imponendosi alla telecamera con la sicurezza propria delle sette religiose. Dando per scontato, di aver ragione. Dando per scontato, di avere la nostra fiducia, di essere come noi.
Hanno cominciato a fare le loro trasmissioni, e poi ad autopremiarsi. Si sono inventati le proprie cerimonie e le proprie statuette. Si sono giudicati da soli e applauditi da soli. Non so per quanti anni di seguito Drive In ha avuto il “telegatto”, come migliore trasmissione satirica della televisione!
Si sono autopremiati e autocelebrati, autoconsegnadosi questi cazzo di gatti, fino a che non ci è sembrato più tanto strano, fino a che quel mondo di televendite e personaggi leccapiedi, di battute di quart’ordine e tormentoni ci è sembrato normale.

In tutti quegli anni, intere generazioni si sono formate con una fiducia incrollabile in quel mondo, in quelle persone e in quei colori, in quegli applausi finti, fino ad arrivare alle trasmissioni di cui sto parlando. Ma tutte, tutte hanno un comune denominatore: il disprezzo per la gente.
Non vi sembra? Pensate a che opinione vi rimane del genere umano dopo un po’ di esposizione diretta alla nostra televisione (anche il resto, non solo le reti del presidente del consiglio, anche MTV).
Cosa viene trasmesso, qual’è il messaggio che continuano a passarci sottobanco, nemmeno tanto implicitamente? Secondo me il messaggio è che i telespettatori sono esseri inferiori, che sono persone che possono affacciarsi al mondo della vera elite solo apparendo ridicoli. Come accade nelle candid camera, alla corrida (si chiamava così?), e anche nelle Iene, infondo.

Anzi, quelle trasmissioni che vorrebbero apparire giornalistiche fanno la cosa peggiore. Le inchieste spesso si scagliano contro i cittadini, contro i singoli, contro poveri truffatori, criminali falliti, maghetti di periferia falliti. Arrivano a rincorrere questi poveretti, costretti e condannati dalla gogna, inseguiti da un pupazzone rosso, da individui con sturacessi in testa. La gente deve vedere quanto in basso sta. Deve realizzare che si trova su un gradino più basso, che deve ascoltare quello che dicono loro. Deve capire chi ha il potere. Chi ha ragione.
E ogni tanto indignarsi contro qualche opera pubblica non terminata, ok, qualche disservizio. Ma tramite questo le trasmissioni pseudo-giornalistiche d’assalto acquisiscono credibilità.
E una volta che hanno la credibilità, sono un fucile puntato contro chiunque. Ricordo bene quando Striscia la notizia, con gli stessi applausi e le solite, mostruose battute, attaccò Nanni Moretti. Lo distrusse politicamente. Guarda caso, dopo quella sera non si parlò più del movimento dei “girotondi”. Se non sbaglio eravamo alla vigilia delle elezioni.
Un potere, questo, di cui tutti hanno paura, anche se tutti (per l’appunto) ne negano l’esistenza. Chiunque, in una sera, può essere sputtanato da questo sistema di informazione parallelo, da questa propaganda potentissima. Lo stesso stile di finta inchiesta si estende ai servizi dei telegiornali più meschini, come è accaduto quest’anno con il giudice dal calzino viola.

No, ora mi è chiaro. Non sono trasmissioni progressiste, di denuncia. Non sono altro che uno strumento nelle mani del proprietario di Mediaset, uno strumento che ha la duplice funzione di acquistare credibilità per l’emittente, e poi spendere questa credibilità a comando, per pilotare l’opinione pubblica e il consenso.

Ecco allora spiegato quel senso di fastidio, durante gli inseguimenti, durante gli smascheramenti dei finti dottori, i pedinamenti dei maghi.
Giusto e ancora giusto schierarsi contro i criminali, i truffatori e il malcostume; ma quanto è giusto mettere alla gogna le singole persone, rendere pubbliche le singole storie di persone che dovrebbero essere denunciate e scontare la propria pena, che non include essere additati e rovinati sulla pubblica piazza? Questo è medioevo. Ed è un accanimento verso la gente, verso i pesci piccoli. E mi astengo dal parlare dei grandi truffatori, i quali invece sono stimati e rispettati, tanto che occupano le cariche più alte del nostro stato. Il discorso si allargherebbe troppo. Lo stesso proprietario di quelle reti televisive, che grida allo scandalo se gli intercettano le telefonate (durante le quali fa pressioni, scambia favori, parla con familiarità di mafiosi e bombe, tra l’altro) ha prodotto e trasmesso programmi di questo tipo, dove della privacy di singole persone “del volgo” non frega niente a nessuno.

Perché dev’essere sempre chiaro a tutti: c’è un mondo di feccia, di persone piccole, di pierini che non possono avere un opinione, che possono al massimo fare da pubblico ad uno show per quattro soldi. E un mondo di persone che stanno più in alto, e queste sono loro, l’elite. Per quanto ignoranti, leccapiedi, cocainomani e squallidi, loro si rappresentano come se fossero migliori di noi. E si premiano con telegatti. Furbi telegatti sornioni e marpioni, mentre a noi restano i tapiri.
Si autocelebrano, si circondano di persone che li celebrano. Che applaudono. Che cantano. E alla fine di questa liturgia, dicono alla gente chi deve votare: lui. Chi ce lo dice? Ma lui!!

Ed è la regola di chiunque voglia convincerti di qualcosa, e avere un ascendente su di te. Prima deve distruggerti. Deve indebolire la tua stima in te stesso, convincerti che non vali abbastanza, che non sei in grado di giudicare. Una volta che ha delegittimato il suo pubblico, che ne ha fatto un vaso vuoto, allora può cominciare a riempirlo, questo vaso. E questo lavoro hanno fatto le televisioni di Berlusconi. Hanno demolito, eroso l’identità degli italiani, la loro capacità di giudizio, trasmissione di merda dopo trasmissione di merda, in trent’anni.
Ci hanno convinto di essere più semplici, più meschini, più farlocchi di quello che siamo. Ci hanno convinto a stare zitti se parla Costanzo, a sentire persino l’opinione di Jerri Scotti, considerarla più importante di quella di un intellettuale, di uno scienziato, di qualsiasi politico. Ci hanno convinto che infondo non siamo che varianti sul tema del personaggio di Beruschi, o Benny Hill. A gente di questo tipo, non resta che stare zitta e ascoltare persone “per bene” come loro, solo ascoltare e fare quello che dicono.

Poi oggi, addirittura, c’è una leggera confusione tra media e potere, chissà perché. Se arriva una troupe con la telecamera, le persone obbediscono. Sì, obbediscono. Dicono quello che gli viene detto di dire. Gente di vent’anni. Persino nelle distopie più catastrofiche di Orwell e di Dick, le persone tentano di resistere al condizionamento, è descritta una resistenza, una pulsione di sopravvivenza della coscienza individuale. Guardate le trasmissioni degli anni sessanta, non era così facile impedire ad un ragazzo di dire la sua opinione. O forse semplicemente non li tagliavano.

Non so se ho esaurito l’argomento, ma penso di essermi almeno chiarito un po’ perché provo repulsione verso queste trasmissioni. Cioè, anche quelle che sembrano più di sinistra secondo me non fanno che acquistare credibilità per un certo tipo di televisione e per quelle reti; credibilità che poi viene spesa da altri personaggi, quando non dalle trasmissioni stesse.
E allora si capisce meglio perché assolutamente non facciano mai ridere. Nessuna di quelle battute in realtà fa ridere.
Perché non fa ridere, la battuta fatta in maniera strumentale da qualcuno che ha un secondo fine. Non fa ridere il comico finto, messo in piedi per vendere la pozione di sciroppo miracoloso.
Non fa ridere nemmeno se ci sono gli applausi finti, nemmeno se ridono delle bellissime ragazze che fanno vedere quasi tutto quello che hanno e ammiccano a noi dalla telecamera, lasciando intendere che le loro attenzioni sessuali, rivolte sempre naturalmente verso i conduttori e poi più su fino al vertice, potrebbero essere rivolte a noi se diciamo di sì, se ridiamo alle loro battute di merda; e se loro ridono a quelle allora riderebbero anche alle nostre, no? No. ridono a quelle per finta, anche loro.

Perché è tutto posticcio e lo è sempre stato sin dagli anni 80, è ora di dirlo dopo tutti questi anni: è finto, finti sono i comici, finte sono le battute. E’ una sceneggiata messa in piedi a comando, e nemmeno da professionisti. Da mediocri, ammanicati, amici degli amici. Ovvero sono loro, i pierini, la gente stupida. Toh.

E il gabibbo, diciamocelo, è insopportabile, un insulto all’intelligenza, allo humour, a tutta la tradizione comica italiana. Ragazzi, il gabibbo è veramente una cagata.

e parliamo di tv (o del peggio di noi)

Ok, noi italiani siamo sempre stati dei vanagloriosi comici, con l’abitudine di lamentarci, di metterci ognuno al centro di un qualche tipo di dramma in cui noi ci riteniamo di volta in volta offesi, traditi, abbandonati, o indignati.
Sì, suppongo che gli italiani abbiano sempre avuto questa tendenza a rappresentarsi in modo diverso da quello che sono realmente, per guadagnarsi un posto in prima fila, per non essere derisi (dagli altri italiani), per ritenersi degni, nobili, buoni, migliori.
Da quello che si sa del passato, comunque, e da quello che ricordo degli anni 80 e 90, noi italiani abbiamo sempre avuto anche la capacità, effettivamente, di stupire. Stupire con la cultura, con invenzioni nuove, con capacità inaspettate. Con la forza d’animo che esce quando tutto sembra perduto. E parlo di tutti, dalla punta della sicilia alle valli bresciane.
Ed è innegabile che nei film italiani che hanno fatto la storia del cinema esista una certa onestà intellettuale.

Ma oggi, oggi sembra che abbiamo proprio una malattia. Una paura, una coazione a nasconderci, che ci impedisce di guardarci veramente dentro, di rappresentarci per quello che siamo, di cercare la verità. Lo si vede in tutte le trasmissioni televisive, in tutte le produzioni cinematografiche, nei programmi satirici, nella musica.
E’ una schizofrenia collettiva. Una realtà illusoria, cambiata, e un identità illusoria. E si vive nel terrore di poter mettere un piede fuori da questa realtà illusoria, e di debordare dall’identità fittizia, sicura, accettata. In televisione questa psicosi si manifesta con un vero e proprio terrore. Giornalisti, registi, anchorman cominciano a far ballare gli occhi e corrono immediatamente ai ripari, se qualcuno dice la verità in tv, intervengono a paralizzare l’ospite con mille cazzate, lo zittiscono, fanno cambiare inquadratura, lanciano la pubblicità.

Questa psicosi è evidentissima nelle trasmissioni-schifo. Per esempio prendiamo x-factor. Il talent show è ormai arrivato al parossismo, gli ospiti, i giudici, il presentatore non parlano della realtà, ma di un layer, una patina inventata che sta sopra e cui il pubblico, per assuefazione e dipendenza, crede. E quei poveri ragazzi vengono spinti al massacro, a cantare stonati come campane sul palco in prima serata, quando dovrebbero ancora studiare e fare gavetta. Vengono bruciati, in uno scroscio d’applausi.
La stessa patina di invenzione ricopre i telegiornali, le trasmissioni di cucina, quelle satiriche.
Ricopre i telefilm di produzione italiana, di un livello infinitamente basso rispetto alle produzioni inglesi e americane, eccetto alcune serie carine tipo Montalbano e.. Montalbano. Ma l’autore di quelle storie, bravissimo, è più vecchio di Matusalemme. I giovani?
Questa invasione del Nulla raggiunge anche i film, che io fatico a vedere. Trasudano finzione sin dall’inizio. Voglia di far vedere ciò che non si è. Moralismo. Non so, se ce n’è qualcuno buono segnalatemelo. Perché io in realtà preferisco le produzioni europee a quelle americane.

Ma non è questo il punto. Il punto è perché. Perché non cerchiamo di fare bene le cose invece di far credere che le facciamo bene? Perché in televisione, che è comunque ancora il media più diffuso, la musica italiana non esiste, non esistono i gruppi rock, i musicisti classici, jazz? Tutto questo mondo viene totalmente ignorato. Vengono ignorate le “popstar” che già ci sono, mentre rai due fa periodicamente servizi di venti minuti sull’ultimo disco di Dalla impazzito, di Morandi o dei Pooh (ma dio mio). Mentre all’estero, che so, in trasmissioni di musica invitano i radiohead a suonare dal vivo. No, invece loro passano alla gente il messaggio che in italia non ci sia nulla, che nessuno faccia musica. Non farò nomi di gruppi rock italiani, o musicisti in genere. Ma ce ne sono tanti. Tanti che sono già professionisti, sono già star, hanno già l’ “x-factor”.

Loro li ignorano, come se non esistessero. Creano un mondo finto in cui a calcare la scena sono i Pooh, in cui ancora c’è da stupirsi se esce un loro nuovo disco. E a fare i giornalisti ormai ci sono quelli della mia generazione, ci sono i trentenni e i quarantenni che sanno benissimo, qual’è la realtà. Le sanno le cose, quegli stronzi. E una volta convinta la gente che esistono solo i Pooh, la Pausini, Ramazzotti, poi fanno una trasmissione per trovare una popstar italiana. Mentre la musica non vende, i musicisti fanno la fame. Mentre la cultura in genere muore.

E passano che non è importante la musica, che non sei nessuno finché non sei una “star”, finché non ti sei vestito da coglione e ti sei messo a saltare sul palco come dicono loro, con l’atteggiamento che dicono loro. A scimmiottare ed imitare quelle che loro considerano star. Allora li mettessero in playback, come a “non è la rai” le ragazzine. Tanto vale allo scopo. E umiliano l’arte, umiliano la musica, umiliano quei ragazzi.
E qualcuno ce la fa, riesce ad usare quella trasmissione come un trampolino, ne approfitta.
Ne approfitta.
Siamo diventati un popolo di ciuloni. Tutti comandati dal Grande Ciulone, il Primo, il capostipite di questa cultura, colui che ne ha fatto un arte, del far prevalere l’ignoranza sulla ragione e sull’onestà.

C’è un filtro. Non tutta l’arte, la musica, la cinematografia che vengono prodotte all’estero arriva sui nostri schermi. Se non a pagamento, ma questo è per i pochi che possono permetterselo.
E ho scoperto recentemente che tramite la pratica del doppiaggio, tutto ciò che era interessante in lingua originale noi lo trasformiamo in merda. Lo filtriamo attraverso le lenti di finzione di cui parlavo prima. Anche i testi vengono edulcorati, travisati, cambiati durante la traduzione. Vengono veramente -corretti-, è mostruoso, per rientrare nei canoni accettabili, o che si pensa che gli italiani debbano accettare. Come accade in tutte le trasmissioni televisive.
C’è un filtro. I bambini di tutto il mondo stanno vedendo “Star Wars The Clone Wars”, cartone in computer graphic in cui vengono narrati gli eventi tra episodio II ed episodio III. Sono cartoni con messaggi profondi (insegnamenti Jedi etc), e nei quali vengono approfondite questioni che riguardano anche la politica. Ma che un ragazzo può capire. In una serie di puntate il cancelliere Palpatine (che, si sa, è in realtà il signore oscuro dei Sith), per giustificare l’intervento militare di “peace keeping” su un pianeta pacifico che rifiuta la militarizzazione da parte della repubblica, segretamente appoggia una fazione di terroristi di quel pianeta in modo che compiano attentati. La cosa darà carta bianca alla repubblica per mandare i cloni a presidiare il pianeta. Ovviamente chi conosce la storia sa che Palpatine sta in realtà preparando il terreno per l’occupazione imperiale che ha in mente.
Ma i nostri figli devono accontentarsi di Mucca & Pollo. E per gli adulti ci sono i Cesaroni, certo.

Ma quello che torno a chiedermi è perché. Perché questa paura della verità, di fermarsi e cercare di migliorarci, invece che impazzire per cercare di rappresentarci migliori. Cercare di sembrare migliori anche quando si sa di non esserlo, per prendere il posto davanti a quelli che se lo meritano. Questo è il peggio di noi, il peggio degli italiani. E mentre noi dipingiamo la facciata, il muro dietro marcisce.
Continuiamo a dipingere la facciata, se ci accusano che stiamo facendo marcire il muro ci scandalizziamo, perché si è osato -dire- una cosa del genere, e mettiamo in croce chi lo ha segnalato. Come? Ha detto che non siamo perfetti? Allora siamo trattati male, abbandonati, non riconosciuti. E’ lui il colpevole, il traditore.
Che cosa ci è capitato, e quando? Se prima non era così, da chi abbiamo appreso questo comportamento?

Ognuno crede di essere perfetto. Di non avere bisogno di imparare. La conoscenza viene disprezzata. Per esempio oggi ho sentito gente per strada che criticava Rita Levi Montalcini perché è una senatrice a vita. Avevano da ridire, come se fregasse i soldi. Ma poi aggiungevano: “Certo è vero che alla sua età lavora ancora ogni giorno eh”. E, certo, l’altra finta morale che abbiamo è quella del lavoro. Fortuna che lavora ancora ogni giorno alla sua età, altrimenti il tipo avrebbe parlato quasi certamente di pena di morte.

Se senti frasi del genere per strada, se le persone non riconoscono i veri valori, siamo un paese che ha perso il senno, la coscienza, il senso di realtà, la capacità di sognare.

Così credono tutti di essere sempre più furbi, sempre più sagaci e acuti, e inducono i loro figli a non pensare, a non studiare, a non cercare la verità, ad essere disonesti intellettualmente, a disprezzare la scienza, l’arte, la musica e i musicisti, apprezzare invece i truffatori e coloro che si impongono con la forza.
Al punto che la cultura è considerata debolezza. La conoscenza, il gioco, il sogno, l’arte, tutte sciocchezze.

E questi razzisti che proliferano e pontificano e insegnano ai loro figli che anche se sei un perfetto ignorante puoi andare in politica, non sanno che probabilmente passano di fianco ad un indiano che gli vende accendini e che ha una laurea in ingegneria aerospaziale.
Ovvero, lui è in grado di spedire il culo del razzista su plutone, con qualche chilo di propellente. Il figlio ce l’ha già mandato, gli ha raccontato che nella cabina c’era un casting per il prossimo reality di canale cinque.

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