quello che non siamo

29 Aprile 2009 - Leave a Response

E’ arrivato il momento infine di parlarne. E’ ormai appurato che siamo un sacco di cose nuove, che abbiamo un sacco di cose nuove. Questo nuovo secolo ci ha resi diversi o ci ha trovato cambiati. Le crisi economiche, le nuove tecnologie e tutti i nuovi mezzi di comunicazione, ok. Speranze sono andate in frantumi per la nostra generazione, chi ne fa parte lo sa. Il posto nel mondo che avrebbe dovuto esserci per noi e che non c’è stato. Tutto è andato in frantumi, spazzato via da una specie di vento, da tante nuove cose poche delle quali si sono veramente innestate nella nostra realtà, nel nostro mondo. L’attenzione continuamente spostata da una cosa all’altra, l’improvviso espandersi del nostro sistema nervoso nelle reti ed il suo contrarsi a difesa. Abbiamo una consapevolezza collettiva, mondiale, transnazionale, per la prima volta nella storia del mondo e non abbiamo nulla di tutto ciò, nella pratica. Abbiamo il contrarsi della consapevolezza contemporaneo al suo espandersi. Abbiamo tante cose che non sono state spiegate di questo cambiamento, e non lo saranno ancora per molto tempo. Ma una cosa è certa. Non siamo più quello che eravamo, e non siamo quello che stavamo diventando. Siamo quello che siamo diventati. Tautologie? Va bene.

Molto di tutto questo è un inganno. Lo è spesso all’inizio dei secoli, diamo agli anni zero una valenza, nell’immaginario, che è insuperabile. Pensiamo che la potenza dei numeri possa farci fare dei salti avanti, è una suggestione potente.

Ma cos’è successo veramente? Eravamo in giro nelle nostre piazze, nelle nostre città. Ora siamo da un altra parte, non necessariamente in un luogo. Il nostro gioco era il gioco della realtà. La realtà è sempre virtuale, certo (questa è una delle cose che abbiamo capito esistendo nei mondi virtuali digitali, anche se lo avevano già capito i filosofi prima ancora di tutto questo), ma il nostro mondo era quello fisico,  il supporto era la città o comunque la natura. La piattaforma era quella, per le interazioni, per le identità. La realtà la vedevamo come sempre filtrata attraverso la visione che avevamo di essa, certo. Ma non attraverso un navigatore GPS. Era importante sapere dove eravamo, potevamo perderci. Per comunicare con una data persona era necessario essere in un dato -luogo-. La nostra posizione spaziale era importante. Le nostre coordinate nello spazio-tempo. Potevamo stare soli, veramente soli, mentre eravamo in giro. Mentre la casa già cominciava a configurarsi come una porta per l’esterno, invece che come una caverna, ok. Era comunque ancora una coordinata forte. Ora la casa è sempre questa porta, e portiamo anche sempre dietro un cellulare o un computer. Non è importante dove siamo. Non è più importante.

Spesso noi di questa generazione ricordiamo con nostalgia però, come eravamo prima. Ricordiamo l’aria della sera d’estate e l’odore del muro che ancora trattiene il calore del giorno, ricordiamo il ritorno a casa dopo essere stati tra amici, la pienezza di quella sensazione. Di essere lì. Di essere in un punto dello spazio-tempo. Di essere appagati dall’esistenza, dai rapporti sociali, dall’aver conosciuto magari non una nuova persona ma un nuovo aspetto di una persona che conoscevamo, o aver insieme compreso un pezzettino di senso del mondo. Fuso con l’aria della sera estiva. Lì, tra la terra e il cielo e noi.

Ricordiamo che a volte non ci sono dubbi. Non ci sono sempre dubbi. C’è l’aria e la musica e la vita e a volte su alcune cose non c’è alcun dubbio. Non è detto che possa sempre essere in un altro modo, avere un altro layer. Condividevamo se avevamo fortuna alcuni di questi momenti, la lucidità del mondo. Ora spesso la trama della realtà è più opaca e a tratti strappata, stirata, sottile.

Spesso abbiamo nostalgia, ricordiamo che la magia esiste. E ci chiediamo se i ragazzi di adesso potranno scoprirlo ancora nonostante tutti gli inganni. Perchè avevamo questa capacità, noi di questa generazione. Di attraversare la realtà con un laser e andare al sodo, guardare attraverso le nebbie, volare sopra le nuvole, esserci. A volte penso che ce l’abbiamo ancora, che questa generazione debba ancora dirla, la sua ultima parola. Perchè non è tutto senza senso. Non è tutto uguale, e una visione potente può tornare, una volta che si sono fatti i conti con tutte le nuove cose.

Eppure io in questo momento scrivo liberamente solo perchè mi è capitato di essere espulso temporaneamente (spero) dal processo produttivo, sono rimasto una settimana a casa, sono dovuto scendere dal nastro trasportatore dell’andare al lavoro, tornare, guardare ciò che sapete ci rifila la tv, cucinare qualcosa, continuare magari a lavorare sul pc e poi andare a dormire quando riesce di farlo. Ogni sera così stanchi e stravolti e col senso di perderci la vita. Perciò mi capita così, dopo questi giorni si riaccende qualcosa e mi guardo attorno. Normalmente, diciamolo, siamo in una vita che non riconosciamo. Non credo di parlare per tutti, certo. Per lo meno per quelli che avvertono la stessa cosa. Che avvertono quello che non siamo.

Eppure il senso stava tutto lì, quell’esserci era potente, quell’esserci era sentire la musica e sapere che era la voce della nostra anima, il nostro grido al mondo. Ricordate Sunday Bloody Sunday? Sì credo ricordiate. Era un po’ diverso che consumare una canzonetta ben fatta cercando di non comprarla. Era una cosa che non c’entrava proprio proprio un cazzo con tutto questo. Cosa eravamo? Cosa ci stanno impedendo di essere? Di cosa forse hanno paura? Cos’è che gli sta tanto sul cazzo da doverci convincere che siamo dei coglioni? Scusate le parolacce. Ne abbiamo sempre usate parecchie.

Sei questo, sei quello, questo va bene, questo no. Cobain si è ucciso e noi elemosiniamo il loro lavoro inutile, a fare pubblicità, marketing, lavorare per banche, pertrolieri, carte di credito, progetti e progetti. Metteteveli nel culo, i vostri progetti. Cordiali Saluti.

Perchè tutto questo, tutto quello che stiamo facendo, di giorno in giorno, è quello che non siamo. Noi siamo il resto, quello che non vedono, quello che non siamo.

scollegamenti

9 Ottobre 2008 - Leave a Response
figura gestaltica

figura gestaltica

Un gruppo di ricercatori americani ha condotto uno studio interessante riguardo il modo in cui reagiamo alla perdita di controllo su una data situazione. Pare che la sensazione di non avere il controllo su una situazione possa condurre all’alterazione delle percezioni, come recita il sottotitolo dell’articolo di Le Scienze a riguardo.

In sostanza l’esperimento consisteva nell’indurre senso di incapacità di controllo, e verificare se le persone erano ancora in grado di individuare immagini nascoste all’interno di uno sfondo punteggiato. E’ risultato che con la sensazione di perdere il controllo, le persone tendevano a individuare figure e schemi nascosti anche nelle immagini che non contenevano nessuna figura.

Secondo Adam Galinsky e Jennifer A. Whitson Quanto minore è il controllo che le persone hanno sulla propria vita, tanto più cercano di riconquistarlo attraverso un’autentica ‘ginnastica’ mentale. La sensazione del controllo è così importante che la sua perdita viene vissuta come una profonda sfida. Questi errori percettivi, che possono essere negativi e condurre fuori strada, sono peraltro molto comuni e rispondono a un bisogno psicologico profondo e persistente.”

I due illustrano anche meglio l’esperimento, in un articolo di cui purtroppo possiamo vedere solo l’abstract. “La mancanza di controllo aumenta la percezione di schemi illusori“. In sintesi questa è la conclusione dello studio.

Abbiamo un bisogno di ordine, corrispondenza tra interno ed esterno, di sapere quello che facciamo e perchè. Se non riusciamo a interpretare le nostre reazioni o una situazione ci trova impreparati o inadeguati può capitare che abbiamo una sensazione di perdita di controllo, che in certi casi può anche arrivare a diventare una crisi di panico. Ma cosa succede alle nostre percezioni della cosa che abbiamo di fronte, di noi stessi e delle persone, una volta che noi abbiamo perso il contatto col presente? La mente continua a lavorare. Lavora per far quadrare le cose. Non sono stupito di scoprire, da un esperimento pare ben svolto, che la mente tende ad aumentare la sua capacità di vedere pattern e schemi nascosti nelle zone di “contorno”, quelle dove il significato delle immagini è plasmabile, insomma, nelle zone di vuoto semantico.

In realtà sappiamo come anche la percezione delle figure la cui correlazione significato-significante riteniamo oggettiva, dipenda da coordinate culturali e dalla capacità del cervello di ricostruire pattern, schemi. E’ noto come membri di tribù isolate dal mondo esterno non riconoscano nelle foto ciò che vi vediamo noi.

In ogni caso pare che la mente, in stato di “panico” alteri la percezione, la paura di poter vedere qualcosa di non riconoscibile, di non avere successo nell’individuare lo schema nella situazione in cui siamo immersi ci porta, con dei veri ribaltamenti di gestalt, a vedere schemi conosciuti.

E’ mia opinione che, in mancanza della possibilità di gestire i dati esperienziali in “tempo reale”, utilizzando funzioni della struttura psichica che in analisi transazionale chiamiamo “adulto”, sovrapponiamo al percepito degli schemi “di salvataggio”, risalenti spesso alla nostra infanzia o comunque al passato, alle cose conosciute. Sostituiamo l’ignoto con il noto, per poterlo almeno in qualche modo gestire. Di fronte alla complessità dell’interazione con un’altra personalità, nei momenti di crisi potremmo far rientrare questa personalità in specifici personaggi, vere e proprie maschere, i ruoli dello spettacolo teatrale della nostra infanzia. Possiamo perdere totalmente di vista le persone reali che abbiamo di fronte, e agire come se fossimo su un ponte ologrammi (per chi conosce star trek), su un altro strato di realtà, seguendo binari prestabiliti che, spesso, ci portano ad un’uscita e a riconquistare il presente. Riconquistare il controllo.

Finché rimaniamo in sintonia con la realtà, finchè pensiamo di avere il controllo e siamo attivi in essa, rimaniamo collegati. Ma se in un dato momento ci scolleghiamo, la percezione della realtà viene alterata.

Tornando all’esperimento, pare anche che questo bisogno di struttura diminuisca al crescere dell’affermazione di sè. Se io mi affermo, mi reclamo come parte della realtà, diminuisce la correlazione tra mancanza di controllo e tendenza a vedere pattern illusori. Sempre dall’articolo: “In aggiunta, abbiamo dimostrato che la percezione aumentata dei pattern ha una base motivazionale, misurando direttamente il bisogno di struttura e mostrando che la correlazione causale tra mancanza di controllo e percezione di pattern illusori viene ridotta affermando il sè.

Gli uomini, come qualsiasi animale, sono entità la cui natura stessa è la risposta ad una domanda, la sopravvivenza alle circostanze. Se non abbiamo una risposta alle circostanze, andiamo in crisi. Se sentiamo mancanza di controllo, possiamo anche percepire, nei casi più gravi, una minaccia alla nostra stessa esistenza. Non avendo altri schemi da applicare, corriamo ai ripari consultando la “libreria di aperture”, per usare una terminologia scacchistica, che abbiamo dentro, che in larga parte è stata programmata nell’infanzia ma non solo. Questa libreria contiene non solo le immagini, non solo gli schemi percettivi, ma intere procedure, transazioni, giochi, strutture di giochi relazionali tendenti ad uno scopo: ritrovare il controllo. Sono quelli che in un altro post abbiamo chiamato dinamiche. Nell’uso che facciamo di questi termini in questo blog non c’è nessun riferimento a teorie o testi di psicologia, ci tengo a precisarlo. Mi trovo comodo con queste parole.

Quando parlo di realtà, non intendo che esista un’unica realtà. Esiste una realtà di volta in volta con la quale relazionarsi. Questa realtà può essere una circostanza fisica, relazionale, emotiva. Può avvenire in un mondo interiore, esterno, virtuale o nel rapporto con un testo o con una rappresentazione. Spesso ogni realtà che viviamo contiene schemi con i quali sappiamo già relazionarci, per esempio, ma potremmo semplicemente aver bisogno di “vestirci” degli schemi interiori corrispondenti. Se una situazione ci spiazza e non troviamo il tempo di “ricomporre” la giusta struttura interna, può intervenire lo scollegamento con le conseguenze di alterazione percettiva descritte più sopra.

Questo mi porta ad un discorso che dovrà aspettare un altro articolo. Fatto sta, non parlo di scollegamento da una supposta realtà oggettiva, parlo di una mancanza di allineamento tra il sè e una particolare realtà, non parlo di realtà autentica, bensì di percezione autentica.

Cogli il primo bosone

10 Settembre 2008 - Leave a Response
Michelangelo - Cappella Sistina

Michelangelo - Cappella Sistina

L’esperimento del LHC (Large Hadron Collider), dovrebbe cominciare oggi, se non sbaglio. In sostanza, servirà a capire se esiste il Bosone di Higgs, cosa origina la massa, se esistono altre dimensioni, varie altre cose.

Non finirà il mondo, naturalmente, come i fisici hanno ripetutamente spiegato, si tratta di interazioni tra particelle che avvengono normalmente nello spazio senza originare buchi neri e singolarità cosmiche in grado di mangiarsi i pianeti o i sistemi solari. Solo che nel nuovo acceleratore di particelle, le si potrà osservare.

La gente però ha dato fuori di matto. Ed è chiaro il perchè. In questo particolare esperimento, nelle sue valenze simboliche, non saranno solo le particelle, a collidere: la scienza andra infatti a collidere contro uno dei miti fondativi della specie umana, quello di radice ebraico-cristiana.

Non a caso il bosone viene anche chiamato particella-Dio, si va dicendo che “gli scienziati andranno a ricreare le condizioni della materia preesistenti al Big Bang”, si vuole insomma conoscere. Conoscere il segreto di Dio, il Pensiero di Dio. Si vuole ricreare l’universo o conoscerne i meccanismi primari. Si vuole cogliere il frutto dell’Albero Proibito. Naturale allora che questa arroganza porterà alla fine del mondo. O perlomeno alla nostra scomparsa. Il diluvio universale non ci era bastato? Ed ora eccoci a ficcanasare su quello che è successo prima del Big Bang. Spegnete il reattore e Penitenziagite!

Ok non ho resistito alla tentazione di scherzare, ma è comunque interessante come questo esperimento abbia smosso la terra sotto i piedi ad un mito così antico.

L’altra cosa inspiegabile per i più, nel mondo ottuso e pragmatico dei giorni nostri, è capire il perchè di questo enorme impiego di risorse impiegato per una conoscenza pura, senza applicazioni immediate. I più infatti vengono oggi istruiti sul fatto che la conoscenza di per sè è inutile, la cultura roba per illusi, l’arte un gioco, i giochi una perdita di tempo, la scienza pericolosa e basta e fatta da gente che non ha la minima idea di quello che fa. Curiosoni.

Naturalmente, la ricerca pura non deve avere uno scopo pragmatico immediato, eppure è la cosa più importante e più utile. Tralasciando di poter spiegare a questo mondo come sia di per sè importante, investire in essa, nella conoscenza dell’umanità, nella consapevolezza di ciò che siamo e di ciò che è l’universo, rimane da spiegare che l’intero insieme delle scoperte più pragmatiche non esisterebbe se a qualcuno non avessero dato le risorse, tante risorse, per ricercare in modo totalmente disinteressato, che so, applicando elettrodi a rane morte, facendo scoccare inutili scintille. La stesa pennicillina è stata scoperta per caso.

Qui si tratta di comprendere la natura della materia. Se in un futuro avremo teletrasporto, comunicazione istantanea, se in futuro sapremo aprire varchi spaziotemporali e viaggiare in un altro punto della galassia, o solo se avremo un computer quantistico o scopriremo fonti di energia nuove (ma non posso nemmeno immaginare quante nuove conoscenze ne deriverebbero) sarà dovuto a questo tipo di esperimenti. Una nuova comprensione della materia, dell’energia, delle dimensioni esistenti e degli universi esistenti, della natura delle stelle, dell’origine della vita, può portare a una nuova consapevolezza e ad una nuova era dell’umanità. Non sono un ottimista tecnologico, però queste cose vanno ricordate.

Non dipende solo da questo, l’espansione della nostra consapevolezza, e sarebbe stupido pensarci. Avere inventato la bomba atomica prima che avessimo la coscienza necessaria per -non- usarla, è stato brutto. Ma non possiamo smettere di ricercare, di conoscere. Uno dei metodi migliori che abbiamo, è la scienza. E la scienza in tutti i campi, dalla fisica alla neurologia, ci fornisce strumenti, dati, che noi possiamo inglobare nel resto della nostra coscienza, per diventare migliori. Sta a noi non usare la scienza per involverci, bensì per evolverci.

musica, oggetti transazionali

12 Agosto 2008 - Leave a Response

Ok, la scomparsa del supporto si poteva prevedere, e si era prevista, già nel 1998. Per quanto riguarda la musica, ma in realtà è un fenomeno che come è ormai evidente sta coinvolgendo tutta l’informazione. Per supporto intendo quegli oggetti sui quali l’informazione veniva fissata, affinchè potesse circolare.

Tanto, tanto tempo fa e allo stesso tempo pochissimo tempo fa, l’informazione, le immagini, i suoni, i filmati, i testi (e slittando prima dell’invenzione di grammofono e pellicola restano solo i testi e le immagini), per essere trasmessi, viaggiare da un luogo ad un altro, da una persona all’altra, avevano bisogno di essere fissati a un oggetto. L’oggetto poteva essere spostato, portato con sè, inviato. E’ stata già questa una rivoluzione mega, nel campo della comunicazione. Altro che iPhone.

Quest’oggetto svolgeva quindi funzioni diverse: media, mezzo di trasporto dell’informazione, supporto di archiviazione, oggetto transazionale.

Mi rendo conto di usare il concetto di oggetto transazionale in un contesto diverso da quello in cui è nato, nella psicologia dell’età evolutiva. E’ definito oggetto transazionale un oggetto che per il bimbo sostituisce la madre se è assente. Per il bimbo ma anche per lo scimmiotto, una copertina può essere abbracciata e diventare un oggetto transazionale, un sostituto della madre.

Io qui intendo che il supporto è un oggetto transazionale perchè è sostitutivo dell’emittente. Rappresenta per noi il simulacro del soggetto emettitore dell’informazione originale. Così in assenza della voce diretta del narratore, noi investiamo l’oggetto libro della valenza emotiva con la quale investiremmo l’autore. Perchè abbiamo bisogno di investire emotivamente, per poter memorizzare. Perchè noi memorizziamo ciò che ha una rilevanza emotiva per noi. Ricordiamo e consideriamo parte della nostra vita, della nostra cultura, ciò a cui possiamo collegare un emozione. E non possiamo gettare le nostre emozioni nel nulla. Come per il bambino, può anche non esserci la mamma, ma se c’è almeno un oggetto morbido e caldo che assomiglia al maglione della mamma (o al pelo di mamma gorilla, per il baby scimmiotto), noi possiamo agganciarlo, possiamo collegarvi delle emozioni e trarne persino conforto.

Abbiamo almeno bisogno di un oggetto, se non ci sono persone a cui collegare un esperienza. In comunicazione, abbiamo bisogno del simulacro dell’emittente. Inutile descrivere la potenza che assume un media come la televisione, l’oggetto televisione all’interno di una casa. Ma questo è un altro discorso.

Tornando alla musica, il processo di scomparsa del supporto si è quasi completato. Possiamo essere nostalgici quanto ci pare ma i cd sono ormai diventati dei contenitori per musica registrata ad alta definizione, solo perchè è difficile trovarla in rete. Nella migliore delle ipotesi i dischi vengono spacchettati, i loro brani vengono copiati sul pc e successivamente sul lettore mp3, e per quello che serve potrebbero essere reincellofanati e riportati al negozio. Nell’ipotesi realistica, la gente compra degli mp3 da iTunes (software infame, per la cronaca) o li scarica delle reti p2p, e del supporto-oggetto transazionale neanche l’ombra.

Tutto questo discorso, l’avevo già fatto nel 1998. Ma un conto è capire razionalmente una cosa, un conto è sentirla sulla pelle.

Da anni ascolto musica quasi esclusivamente in mp3. Rendendomi conto che veramente la qualità dell’ascolto ne risentiva non poco, ho deciso di ricostituire la mia libreria musicale, codificando almeno in aac plus a 256bit, cosa che consiglio vivamente di fare a tutti quelli che amano la musica. No davvero, è importante.

Comunque avevo appena copiato sul pc le tracce di Mezzanine dei Massive Attack, e mettendo via il disco mi sono reso conto di una cosa: -quel- disco veniva dal mio passato. Sì certo, la musica dei massive, veniva dal mio passato, la sentivo negli anni 90 ok. Non è di questo che parlo. -Quel- disco, quell’oggetto, è il disco che avevo messo su quando anni fa mi lasciò la mia prima fidanzata. Ricordo di aver messo la traccia 1 e di aver ballato con lei per l’ultima volta.

Ok asciugatevi gli occhi con il fazzoletto. Mi sono in qualche modo reso conto che non era solo la musica, ma -quel- disco, era l’oggetto che avevo toccato e messo nel lettore, quella sera lontana. Non era un file, una foto nell’harddisk con la data. Era un oggetto, sopravvisuto al mio passato, era sempre lo stesso. Era fisicamente -quella- cosa. Con attaccate quelle emozioni.

Non ne traggo conclusioni, considero solo che l’oggetto fisico è qualcosa di importante, tanto che con copertine, tag, software di catalogazione visuali, cerchiamo ancora di riprodurre nello spazio immateriale del nostro pc, la sensazione di avere a che fare con qualcosa di compatto, fermo, fissato. Ieri sera ho riscoperto il bisogno di fissare gli mp3 (o aac) di un album in maniera ordinata, in playlist, in cartelle separate, con tracce numerate, copertina. Ho sentito la musica di quegli album per me così importanti in maniera, mi è sembrata, migliore.

Migliore, ma cosa rimarrà? Dopo più di dieci anni, io prendo in mano un disco e a catena arrivano tutti i ricordi di quel periodo, e quel disco ne è la testimonianza tangibile, in senso letterale. E’ tangibile, quella persona è esistita, quei momenti sono esistiti. Ogni volta che volevo sentire Angel o Tear Drop, io prendevo in mano quella cosa. Vi svolgevo azioni, è stato parte della mia vita, ha raccolto i miei microbi, ci ho respirato sopra. Ha le mie impronte digitali.

Immagino che una generazione diversa dalla mia sarà in grado di investire emotivamente in oggetti virtuali, meglio di come sappia farlo io. Certo non avrà senso continuare ad utilizzare oggetti fisici solo per la nostalgia. Qualcosa però va ancora capito. Certo la sensazione di pienezza che ho avuto maneggiando i miei vecchi cd è collegata al fatto che essi appartengono al mio passato. Un ragazzo di adesso avrà altri oggetti transazionali.

Si ma.. quali?