internet deve ancora arrivare

25 Novembre 2009 - Leave a Response

OK, è un argomento tecnico, per informatici, ma è da mesi che voglio parlare di questa cosa. E poi è una cosa che riguarda le trasformazioni del nostro modo di comunicare, in ogni caso.

Internet è una rete. Ormai lo sanno anche i bambini. Tuttavia non viene usata come rete, dalla stragrande maggioranza della gente. E come in tanti altri casi, esiste una contraddizione logica, una discrepanza tra linguaggio e significato, che tutti digeriscono in modo assolutamente indolore.

Internet è una rete di computer, senza un centro, dove il computer di ognuno di noi non è gerarchicamente inferiore ad un altro. Dove ognuno è ricevente e trasmittente, sullo stesso piano.

Ora, quando è il momento di venderlo, tutti vengono imbevuti di questa propaganda. Quando è il momento di usarlo, invece, tutti danno per scontato che su internet ci siano semplicemente dei servizi, di cui si usufruisce. Uno a molti. Esattamente come la televisione.

In questa propaganda, gioca un ruolo importante la parola “interattivo”. In realtà, interattiva è qualsiasi cosa con la quale possiamo interagire, non solo come riceventi passivi di messaggi e impulsi. Interattiva è qualsiasi cosa che a sua volta possa ricevere i nostri impulsi. Ovvero, se ci pensate, qualsiasi normale oggetto della vita quotidiana. Qualsiasi gioco, anche non elettronico.

Allora quando si pone il problema?

Innanzi tutto il problema si pone quando si tratta di informazione. Siccome l’informazione tramite stampa, radio e televisione non è mai stata interattiva, bensì è sempre stata una diffusione a senso unico, da uno a molti, da un vertice alle masse, l’idea di poter interagire con l’emittente anche solo per selezionare le informazioni desiderate, è spacciata per rivoluzione.

E improvvisamente si scopre che un sacco di cose sono interattive, che i videogiochi sono interattivi. Il computer è sempre stato interattivo. Come qualsiasi altro oggetto. Si è cominciato a dire che era interattivo quando è divenuto un media. E siccome i media non sono mai stati interattivi, questa è diventata una rivoluzione.

Ma interattivo è ancora un parola, appunto, fortemente ideologizzata. Ovvero presuppone un emittente gerarchicamente superiore, e la possibilità rivoluzionaria di interagirci. Interattivo, per esmpio, non lo diremmo mai riguardo ai rapporti umani. E’ scontato che siano interattivi, ed è scontato che siano alla pari, in termini di possibilità di risposta e interazione (ovviamente tralasciando i limiti sociali all’interazione, parlando solo di quelli tecnici).

Bene, neanche di internet si dovrebbe dire che è.. interattiva. Dovrebbe essere scontato. Internet non è la televisione, non è la radio. Su internet il computer di ognuno di noi potrebbe offrire un servizio, pubblicare, fare streaming di audio e video, trasmettere una televisione. Ospitare un mondo virtuale, un sito web, un portale, un giornale, un facebook.

L’unica limitazione tecnica che ci separa da questo è.. la banda in upload. Se io faccio un sito sul mio computer di casa e ci si collegano 20 persone, il sito è già down. Perché non ce la fa a trasmettere abbastanza velocemente a 20 persone tutti i dati.

Se voglio banda in upload, la pago salata, e se voglio un IP fisso per associarlo ad un dominio vero (come www.maramaobarabao.it), lo pago salato.

Ma che motivo c’è per cui costi poco la banda in download e tanto quella in upload? Il cavo non è lo stesso? Semplice:  mercato. La banda in uscita vale. Consente di hostare servizi. Vale soldi. Quella in entrata no, sono soldi che dò io, usufruendo di servizi, guardando pubblicità, eccetera eccetera.

Tolte queste limitazioni, il vostro computer non è diverso da un qualsiasi web server. Non è diverso da YouTube. Concettualmente non lo è. Internet non è solo “interattiva”. No, su internet non c’è proprio distinzione, tra emittente e ricevente. Attualmente ci stiamo appoggiando a servizi di hosting esterni, come youtube, come google, come facebook, per una semplice ragione. La banda in uscita non c’è. Non ancora.

Per quello tutto il nostro sistema operativo, le applicazioni, la mail, si sta replicando all’interno del browser. Per essere “interattivi”, per essere “social”, dobbiamo passare per server unici, servizi presso cui ci registriamo. Tutta l’organizzazione del sapere avviene in remoto, non sulle nostre macchine. I tag, i feed, l’xml, i profili, i file messi online, le gallerie fotografiche, la musica. In effetti trovare modi in cui organizzare questa informazione è stata una piccola rivoluzione. In effetti tecnicamente i flussi di dati sono già bidirezionali, ma finché queste informazioni non sono organizzate e utilizzabili, non valgono nulla.

Ma noi un sistema operativo ce l’abbiamo già. E ha sempre avuto sistemi di gestione della rete, delle autorizzazioni all’utilizzo dei file, di condivisione delle foto, della musica e di tutto, di gestione degli utenti, dei gruppi di autorizzazioni.

Solo che i sistemi operativi che usiamo sono strumenti tecnici, professionali, non user friendly, non social. Nessuno vuole mettere su un server di windows 2003 ed un Active Directory di tutti i propri amici con le autorizzazioni del caso.

Questi sistemi operativi si sono limitati all’utilizzo aziendale e professionale delle interazioni e delle condivisioni, per una semplice ragione: non abbiamo ancora internet. Non c’è ancora. Internet non è la banda in download, bensì la concomitanza di upload e download. Di banda in download ne abbiamo a strafottere, già guardando la televisione.

Siamo pieni, di banda in download, ci nuotiamo, ci sguazziamo, ci inondano di roba, tutto il giorno. Non se ne può più.

Ora però i sistemi operativi cominciano ad avere strumenti come la possibilità di taggare i file, aggiungere commenti, valutazioni. E cominciano a spuntare servizi social che sono ibridi, consentono di condividere direttamente cartelle del proprio computer, per generare automaticamente album fotografici, archivi di file, playlist musicali. Senza fare upload di nulla. Per esempio, Dropbox. Ovviamente attualmente l’upload, in background e invisibile, al server di dropbox viene fatta. Perché non c’è banda. Ma concettualmente è un altra cosa.

Cosa voglio dimostrare?

Il futuro non è il web 2.0. Il Web 2.0 è solo un accrocchio, una toppa. Un tentativo del web, di un sistema di visualizzazione di ipertesti, di sopperire alle mancanze dei sistemi operativi. Ora stanno rifacendo tutto nel browser, persino i giochi. La gente non conosce i giochi online 3d, che sono arrivati a livelli straordinari, ma conosce benissimo Pet Society su Facebook. Se qualcosa non avviene nel browser, sembra non avere senso per la maggioranza delle persone. E’ come se nessuno utilizzasse a pieno il proprio computer, ma ne facesse girare un altro in una macchina virtuale. E questo computer virtuale è sempre più.. bé di fatto è un computer di proprietà di Google, su cui lavoriamo. Con qualche (più di una per fortuna) eccezione.

I casi sono due allora: o i computer diventano il web, e buttiamo via windows, linux, e MacOs (almeno per le fasce non professionali di utilizzatori dei pc), e buttiamo via la vera potenza dei PC, la possibilità di utilizzarli per applicazioni di alto livello, video, musica, realtà virtuale, e torniamo indietro di 20 anni nell’evoluzione dei personal computer. O aumenta la banda in uscita.

Se aumenta la banda tipo a 100 MegaBit, tutto cambia. E avverrà qualcosa di simile a quello che è avvenuto dopo Napster, al mondo della condivisione dei file.

Prima si passava per un server. Poi si è passati al Peer to Peer. Il p2p riflette la vera natura di internet. Non c’è nessun server di mezzo, solo i nostri computer. Che per l’appunto, sono già server.

Così sarà la rete, così sarà il social network in futuro. Io avrò delle foto sul pc e deciderò con chi condividerle, con che rete. Con che persone. Pubblicherò direttamente dal mio computer. Avrò poi servizi online di backup e di accesso ai miei dati, su server più grossi.

Questo è quello che penso. Quindi nella battaglia Google-Microsoft, a lungo termine, chi vincerà? Secondo me all’aumentare della banda diventeranno sempre più centrali i sistemi operativi.

Questa è una previsione azzardata, mi rendo conto, ma a me pare così. E dirò di più, per quanto non mi piaccia il monopolio Microsoft, è auspicabile che siano i sistemi operativi (che dovranno anche diventare più liberi) il futuro, altrimenti aziende come Google controlleranno troppo, le piattaforme, i contenuti, i nostri dati. Persino la piattaforma su cui lavoriamo.

Come il caso del p2p ci insegna, invece possiamo essere liberi da queste cose, dalla centralizzazione delle informazioni, specie se è mascherata da interattività.

Personal computer, ricordiamoci che questa, è stata la rivoluzione: avere un computer personale, per la prima volta il potere di produrre informazione, progettualità, arte, pensieri, e ora di diffonderla, di pubblicarla, di venderla. Ma liberamente. Utilizzare tutti assieme un computer virtuale che sta nei server di google e pochi altri, non lo definirei rivoluzione.

Non so se questo sia stato un articolo tecnico, se lo è stato troppo me ne scuso. Io non volevo parlare di problemi tecnici per noi addetti. Si tratta dei cambiamenti nei paradigmi della comunicazione. Roba da tenere d’occhio, insomma.

E poi io non sopporto le distorsioni e l’ideologia. Ci viene detto che disponiamo di grandi mezzi, che abbiamo “l’interattività”, che vivamo nell’era di questo e di quello. La verità è che nulla è cambiato. Questa è solo l’evoluzione delle tecnologie emerse a metà del novecento. Lo shuttle è sempre lo stesso aereo di mattonelle.

Nessuno ha veramente smollato il potere.

E internet deve ancora arrivare.

assolutisti

5 Novembre 2009 - Leave a Response

Recentemente ha fatto discutere la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo riguardo l’obbligo dell’esposizione del crocifisso nelle aule. Certo, dire che ha fatto discutere è una concessione troppo ampia all’intelligenza e all’apertura mentale del mondo politico italiano. Ha fatto strepitare, urlare impauriti, ha fatto correre a posizionarsi più vicini al vaticano possibile. Di discussione, di ragionamento, come al solito c’è stato ben poco.
Interessante invece questo articolo di Rodotà.

Premetto che io non sopporto la disonestà intellettuale. Non sopporto l’arroganza e la prepotenza epistemologica, sia che si tratti di ideologie politiche che di ideologie religiose o filosofiche. Trovo insopportabile che nel 2009 si presupponga come cosa condivisa da tutti che si debbano indottrinare le persone all’osservanza dei precetti di una particolare religione. Che si pretenda non tanto la possibilità di parlare quanto la prerogativa di essere i soli a parlare. In virtù di che cosa? In virtù di se stessi. Autolegittimazione. Autoproclamazione. Forza e violenza psicologica.

loghi-delle-religioniLa chiesa cattolica, istituzione monarchica e totalitaria che nulla a a che vedere ormai con la ricerca spirituale, ha ancora la prerogativa di indottrinarci, di dire a noi e ai nostri figli cosa fare e come pensare, ma non solo. Ha il privilegio di limitare il nostro campo visivo, di occupare in modo esclusivo gli spazi. Con questo non nego che ci siano cattolici e appartenenti alla chiesa che siano su un autentico percorso spirituale. Se lo sono sanno che un percorso spirituale non può e non deve essere imposto agli altri.

D’altronde, siamo nel paese in cui il presidente del consiglio non si fa scrupolo di dire che la regolamentazione della par condicio è ingiusta, perché impedisce a lui di avere uno spazio maggiore degli altri in televisione. E ovviamente è lui stesso a sostenere questa posizione, toh. E a possedere le televisioni. Doppio toh.

Il vero problema è che tutti noi stiamo degradando a questo livello. Tutti noi pensiamo di aver ragione perché siamo noi, di doverci difendere anche se abbiamo torto. Perché dobbiamo difendere il “noi” dal “loro”.
Le reazioni scandalizzate e terrorizzate di fronte ad un principio elementare, illuminista, dettato non dal disprezzo ma dal profondo rispetto per le religioni, per la libertà religiosa ed anche per la libertà di professare credenze ed avere percorsi trascendenti non assimilabili al cattolicesimo, sono state molto indicative di come è cambiata la cultura italiana.

Sia chiaro, è comprensibile che la sentenza sia stata respinta, gli italiani non sono pronti a cambiamenti di questo genere. Fosse anche solo l’idea superstiziosa che quel crocifisso protegga i bambini. Ma neanche. Siamo pieni di ipocrisia, tutti noi siamo stati istruiti a non contraddire il prete mai, e peccare di nascosto. Ma l’insieme di queste pratiche conformiste è ancora molto radicata, e non c’è da stupirsi che non le vogliano abbandonare. Anche se, viene da chiedersi, nessuna reazione scandalizzata ha provocato la notizia che sta passando la privatizzazione dell’acqua: la gestione delle forniture idriche verrà appaltata dai comuni ai migliori offerenti, a chi riesce a ridurre i costi, ovvero alla mafia. Questo non scandalizza. Eppure anche l’acqua è un simbolo religioso forte.

Insomma, sono state le reazioni terrorizzate e schierate a nausearmi. Non un briciolo di distacco, di analisi sociologica, di segnali che la nostra classe intellettuale sia consapevole delle resistenze culturali, religiose e della superstizione, ma altrettanto cosciente per lo meno degli ultimi sviluppi del pensiero dal 700 in poi. Vorrei che non si usassero le parole laicismo e relativismo come fossero terrorismo e satanismo, perché se è così vuol dire che siamo in uno stato religioso non dissimile dalle cosiddette repubbliche islamiche.

Il relativismo è quel concetto per cui io comprendo che se ho una determinata visione del mondo, non è necessariamente e a priori migliore di un altra visione. Perché devo immaginare che altri che abbiano sviluppato o sianonati in un’altra visione, siano altrettanto convinti della giustezza della propria. Le prospettive si possono confrontare, ed è necessario mantenere sempre un approccio critico alla propria, metterla anche in discussione, analizzarla.
Io faccio parte di questa cultura, di questo modo di essere. So che quando non siamo disposti ad accettare come plausibile una posizione che non sia la nostra, in realtà siamo solo spaventati. Ne abbiamo paura. Non vogliamo vedere. E in realtà, non stiamo scegliendo.
Non stiamo veramente scegliendo di tenere il crocefisso nelle aule. Perché una scelta si dà tra due eventualità che si è disposti a contemplare.
L’approccio della chiesa, certo, non è mai stato quello di consentire alle persone di valutare le alternative alla sua dottrina e di scegliere. E’ come un amante che ti chiede chiuso in casa e ti obbliga ad amare solo lei. A vedere solo lei. Ha sempre governato con il terrore. Con la minaccia dell’inferno, del senso di colpa, e ancora lo fa.

Le reazioni scandalizzate alla sentenza europea sono dovute, nel profondo, ad un terrore che è stato radicato in tutti noi quando eravamo bambini. E’ vero, radicato nella nostra cultura. Ma radicato cosa? Una paura? Senso di colpa. Questo ci viene instillato fin da bambini. Senso di essere sporchi e peccatori. Ciò che è radicato non è mai in discussione?

Questa è la vera grossa debolezza di questa religione. Non il relativismo, non il cedere, il consentire eventualmente che si tolga il crocifisso.
No, la vera debolezza è l’assolutismo, non il relativismo. E’ sempre stato così. Perché ogni potere assoluto è in realtà debole, spaventato, impaurito. Incapace di confrontarsi.
Ed è così che stiamo diventando tutti, non solo la chiesa, anche noi. Stiamo diventando assolutisti. La politica, la cultura, lo stesso modo in cui ci rapportiamo l’un l’altro, tra di noi, con le altre culture. E quando non si trovano altre ragioni per combattere contro un altro, si ricorre sempre più spesso ai precetti della religione, contro gli omosessuali, per esempio.
Questo stiamo diventando. Piccoli, iracondi, spaventati assolutisti. O cerchie di umidi e pavidi servitori di piccoli assolutisti, incapaci di dire che il re è nudo.

La Visione

11 Settembre 2009 - Leave a Response

Ma dico, lo sentite il vuoto, attorno a noi, tra noi? E lo sforzo necessario per esistere. Questa condizione ci trasforma in automi, o ci costringe a soccombere. Era chiaro negli anni novanta, che si stava andando verso questo. Allora sentivamo ancora che ci veniva strappato qualcosa, che stavamo varcando un confine lungo il quale venivamo spogliati, perquisiti, privati delle nostre armi, dei nostri effetti personali, dei nostri ricordi. Delle nostre emozioni.

Non voglio fare le solite lamentele, è solo per ricordaci dove siamo. Qui si soffoca. Le cose non hanno più significato, perchè noi non glielo diamo. Ci prendiamo il significato che ci dicono di prenderci. Che ci vendono. O meglio che ci vendiamo da soli, perchè siamo sempre noi, siamo noi il mercato e siamo i venditori, siamo noi il cibo e noi i creatori dei mostri che di esso si nutrono. Qui non esiste più nulla che sia un Noi. Siamo cibo. O se si vuole, batterie, come ci dicono i fratelli Wachowski.

La domanda è cosa ci è stato strappato. Tante cose, ma nella sostanza ci è stata strappata la Visione. Una visione d’insieme. Non abbiamo una nostra filosofia, non abbiamo un senso per noi nel mondo, e nell’universo.

Ci hanno convinto in vari modi che questa Visione non c’è, non esiste, non è importante. Che bisogna occuparsi dei propri affari. Dei propri affari e tirare avanti. Ma come mai, mi dico, come mai per quanto ci occupiamo dei nostri affari, per quanto tiriamo avanti, ci sentiamo sempre allo stesso punto? Perchè qualsiasi cosa facciamo, qualsiasi traguardo raggiungiamo, fondamentalmente sentiamo di non aver raggiunto niente? Perchè ci sembra di non avere più il tempo?

Perchè infondo non è mai stato quello, il punto, non sono mai stati i nostri affari, il problema. Il problema è la Visione.

La nostra generazione non sta cercando una Visione, non sta cercando un perchè. Non ha un idea dell’Uomo e del suo destino. Almeno avesse un idea sbagliata, come dice la religione di Quelo del nostro amico Guzzanti. No, nemmeno quella sbagliata. Ci viene detto che non dobbiamo porci quel tipo di domande. Se uno si fa domande, non compra. Se non compra, l’economia non gira.

Ma cosa succede se non si ha una visione? Semplice. Non c’è aria. Non sto parlando dell’aria per i polmoni, di quella si può fare a meno. Si può vivere anche nello smog, ovvero il nostro corpo s’ammala, ma la nostra mente può vivere, può avere speranza. L’aria che non c’è è quella per le menti. Non c’è il mezzo di trasmissione delle idee e dei sentimenti. Tra le menti. Tra i cuori. Non c’è la sostanza che ci collega, e non è una sostanza fisica, è la materia immateriale in cui vivono le nostre coscienze.

I surrogati di questa Visione che ci propinano tramite la televisione e la politica, sono robaccia che sarebbe repellente per chiunque. E la rigettiamo, o vorremmo rigettarla. Ma non c’è un altra Visione. Per cui ci troviamo in questo posto dove l’aria è acida, abbiamo conati di vomito mentali, ci troviamo a parlare di queste trasmissioni televisive, anche. Perchè la mente senza Visione impazzisce.

Perchè la Visione è ciò che ci lega. E’ un quadro dentro il quale ognuno di noi acquisisce esistenza, significato. La Visione è il disegno entro il quale esisto io ed esistono le persone che conosco, che ci rende parte di una cosa. Se io posso amare, è grazie alla Visione collettiva. Se io posso vedere un altra persona, vederla veramente, è in una Visione. Per Visione intendo ovviamente non una sola idea ma un quadro, il più ricco possibile, di culture del tutto. Sì, del tutto. Di un senso di Noi. E del cosmo. Bisogna tornare a creare questo.

Per ora, abbiamo solo frammenti impazziti di visioni di altri, spesso create all’interno di aziende per venderci alcuni prodotti e servizi. Tutto lì. Frammenti di piccole, potenti visioni spesso create da artisti trasformati in pubblicitari. I cui sogni vengono estratti, in quanto preziosissima sostanza, per la creazione di piccole potenti visioni, mirate alla vendita di cose. Occhio, a mio parere tutte le energie delle menti e della fantasia che la nostra società produce sono oggi catturate dal sistema, e dirottate in questo modo, in primo luogo quelle degli artisti grafici, degli illustratori, dei designer.

Noi non la stiamo creando, questa visione. Al punto che io quando esco mi muovo in altri schemi. O meglio, ci si muove nell’assenza di significati, in un vuoto, in uno spazio simbolico abbandonato. Occupato dalla pubblicità o abbandonato al declino. E nei luoghi di interazione non esiste una visione, si sono solo cristallizzate e solidificate delle abitudini, nei locali, nei negozi, nei luoghi di ritrovo. Abitudini. In cui le persone recitano in ruoli prefissati, a volte da vecchie visioni che non sono mai più messe in discussione, mai più. A volte da nuovi schemi elaborati a tavolino da responsabili del marketing, progettisti dei comportamenti, e nei quali miliaia di giovani si riversano, come lemmings, facendo esattamente quello che ci si aspettava facessero. Intere generazioni deprivate della cultura di massa appena conquistata nel novecento. Allo scopo di renderli inerti. Non è nemmeno previsto, in nessuno, in nessuno di questi contesti, che una persona possa esprimersi. Se poi provasse ad esprimere un pezzettino di Visione, probabilmente gli farebbero il TSO.

Benissimo. Quindi bisogna andare controcorrente. Bisogna tornare a pensare, a costruire la Visione. I metodi e le conoscenze che nell’ideologia dominante non sono importanti, come la filosofia, sono proprio i primi che dobbiamo riconquistare. Dobbiamo ricominciare a costruire idee, magari qualcuno lo sta già facendo. Non per forza cose materiali, come ancora ci dice l’ideologia dominante. Idee. E per idee non intendo “un idea che spacca per un nuovo business”, o un nuovo servizio da lanciare sul web o un modo migliore per prevalere.

Perchè non è questione di tirare avanti, occuparsi dei nostri affari. Quello è un trucco. Possiamo ocuparci dei nostri affari fino alla morte. Senza la Visione, pensateci, una persona può creare il corrispettivo del David di Donatello, o della toccata e fuga in re minore di Bach, ma persino quella cosa cadrà nel vuoto. Perchè nessuno la vedrà, perchè in ogni caso non sarà importante, perchè anche chi stesse guardando, non la vedrà veramente, quell’opera. Perchè tra lui e l’opera non c’è aria, non c’è significato. Perchè a lui è stata messa un altra visione davanti, un altro programma, per fargli comprare una nuova automobile e per farli gettare via il cellulare per comprarne uno nuovo, perchè non ha soldi e per un sacco di altre ragioni. Quell’opera non sarà esistita, perchè non c’era una Visione pronta ad accoglierla. Beethoven sarà un individuo senza significato, eliminato ai provini di xfactor. Romeo non si innamorerà di Giulietta, perchè in realtà sono lontani, non c’è aria tra loro, i loro corpi possono sfiorarsi ma le loro anime galleggiano nello spazio siderale, senza mai incontrarsi.

Non so se sono riuscito a spiegarmi. Ma mi sembra questo a mancare, in questo inizio secolo. O almeno è una delle cose che mancano. E’ necessaria una rinascita in questo senso. Chi può lo faccia. Si metta a sparare cazzate, a far di filosofia. Qualsiasi cosa. Sparate. Con un po’ di fortuna, quelle cazzate diventeranno la nuova Visione.

quello che non siamo

29 Aprile 2009 - Leave a Response

E’ arrivato il momento infine di parlarne. E’ ormai appurato che siamo un sacco di cose nuove, che abbiamo un sacco di cose nuove. Questo nuovo secolo ci ha resi diversi o ci ha trovato cambiati. Le crisi economiche, le nuove tecnologie e tutti i nuovi mezzi di comunicazione, ok. Speranze sono andate in frantumi per la nostra generazione, chi ne fa parte lo sa. Il posto nel mondo che avrebbe dovuto esserci per noi e che non c’è stato. Tutto è andato in frantumi, spazzato via da una specie di vento, da tante nuove cose poche delle quali si sono veramente innestate nella nostra realtà, nel nostro mondo. L’attenzione continuamente spostata da una cosa all’altra, l’improvviso espandersi del nostro sistema nervoso nelle reti ed il suo contrarsi a difesa. Abbiamo una consapevolezza collettiva, mondiale, transnazionale, per la prima volta nella storia del mondo e non abbiamo nulla di tutto ciò, nella pratica. Abbiamo il contrarsi della consapevolezza contemporaneo al suo espandersi. Abbiamo tante cose che non sono state spiegate di questo cambiamento, e non lo saranno ancora per molto tempo. Ma una cosa è certa. Non siamo più quello che eravamo, e non siamo quello che stavamo diventando. Siamo quello che siamo diventati. Tautologie? Va bene.

Molto di tutto questo è un inganno. Lo è spesso all’inizio dei secoli, diamo agli anni zero una valenza, nell’immaginario, che è insuperabile. Pensiamo che la potenza dei numeri possa farci fare dei salti avanti, è una suggestione potente.

Ma cos’è successo veramente? Eravamo in giro nelle nostre piazze, nelle nostre città. Ora siamo da un altra parte, non necessariamente in un luogo. Il nostro gioco era il gioco della realtà. La realtà è sempre virtuale, certo (questa è una delle cose che abbiamo capito esistendo nei mondi virtuali digitali, anche se lo avevano già capito i filosofi prima ancora di tutto questo), ma il nostro mondo era quello fisico,  il supporto era la città o comunque la natura. La piattaforma era quella, per le interazioni, per le identità. La realtà la vedevamo come sempre filtrata attraverso la visione che avevamo di essa, certo. Ma non attraverso un navigatore GPS. Era importante sapere dove eravamo, potevamo perderci. Per comunicare con una data persona era necessario essere in un dato -luogo-. La nostra posizione spaziale era importante. Le nostre coordinate nello spazio-tempo. Potevamo stare soli, veramente soli, mentre eravamo in giro. Mentre la casa già cominciava a configurarsi come una porta per l’esterno, invece che come una caverna, ok. Era comunque ancora una coordinata forte. Ora la casa è sempre questa porta, e portiamo anche sempre dietro un cellulare o un computer. Non è importante dove siamo. Non è più importante.

Spesso noi di questa generazione ricordiamo con nostalgia però, come eravamo prima. Ricordiamo l’aria della sera d’estate e l’odore del muro che ancora trattiene il calore del giorno, ricordiamo il ritorno a casa dopo essere stati tra amici, la pienezza di quella sensazione. Di essere lì. Di essere in un punto dello spazio-tempo. Di essere appagati dall’esistenza, dai rapporti sociali, dall’aver conosciuto magari non una nuova persona ma un nuovo aspetto di una persona che conoscevamo, o aver insieme compreso un pezzettino di senso del mondo. Fuso con l’aria della sera estiva. Lì, tra la terra e il cielo e noi.

Ricordiamo che a volte non ci sono dubbi. Non ci sono sempre dubbi. C’è l’aria e la musica e la vita e a volte su alcune cose non c’è alcun dubbio. Non è detto che possa sempre essere in un altro modo, avere un altro layer. Condividevamo se avevamo fortuna alcuni di questi momenti, la lucidità del mondo. Ora spesso la trama della realtà è più opaca e a tratti strappata, stirata, sottile.

Spesso abbiamo nostalgia, ricordiamo che la magia esiste. E ci chiediamo se i ragazzi di adesso potranno scoprirlo ancora nonostante tutti gli inganni. Perchè avevamo questa capacità, noi di questa generazione. Di attraversare la realtà con un laser e andare al sodo, guardare attraverso le nebbie, volare sopra le nuvole, esserci. A volte penso che ce l’abbiamo ancora, che questa generazione debba ancora dirla, la sua ultima parola. Perchè non è tutto senza senso. Non è tutto uguale, e una visione potente può tornare, una volta che si sono fatti i conti con tutte le nuove cose.

Eppure io in questo momento scrivo liberamente solo perchè mi è capitato di essere espulso temporaneamente (spero) dal processo produttivo, sono rimasto una settimana a casa, sono dovuto scendere dal nastro trasportatore dell’andare al lavoro, tornare, guardare ciò che sapete ci rifila la tv, cucinare qualcosa, continuare magari a lavorare sul pc e poi andare a dormire quando riesce di farlo. Ogni sera così stanchi e stravolti e col senso di perderci la vita. Perciò mi capita così, dopo questi giorni si riaccende qualcosa e mi guardo attorno. Normalmente, diciamolo, siamo in una vita che non riconosciamo. Non credo di parlare per tutti, certo. Per lo meno per quelli che avvertono la stessa cosa. Che avvertono quello che non siamo.

Eppure il senso stava tutto lì, quell’esserci era potente, quell’esserci era sentire la musica e sapere che era la voce della nostra anima, il nostro grido al mondo. Ricordate Sunday Bloody Sunday? Sì credo ricordiate. Era un po’ diverso che consumare una canzonetta ben fatta cercando di non comprarla. Era una cosa che non c’entrava proprio proprio un cazzo con tutto questo. Cosa eravamo? Cosa ci stanno impedendo di essere? Di cosa forse hanno paura? Cos’è che gli sta tanto sul cazzo da doverci convincere che siamo dei coglioni? Scusate le parolacce. Ne abbiamo sempre usate parecchie.

Sei questo, sei quello, questo va bene, questo no. Cobain si è ucciso e noi elemosiniamo il loro lavoro inutile, a fare pubblicità, marketing, lavorare per banche, pertrolieri, carte di credito, progetti e progetti. Metteteveli nel culo, i vostri progetti. Cordiali Saluti.

Perchè tutto questo, tutto quello che stiamo facendo, di giorno in giorno, è quello che non siamo. Noi siamo il resto, quello che non vedono, quello che non siamo.