OK, è un argomento tecnico, per informatici, ma è da mesi che voglio parlare di questa cosa. E poi è una cosa che riguarda le trasformazioni del nostro modo di comunicare, in ogni caso.
Internet è una rete. Ormai lo sanno anche i bambini. Tuttavia non viene usata come rete, dalla stragrande maggioranza della gente. E come in tanti altri casi, esiste una contraddizione logica, una discrepanza tra linguaggio e significato, che tutti digeriscono in modo assolutamente indolore.
Internet è una rete di computer, senza un centro, dove il computer di ognuno di noi non è gerarchicamente inferiore ad un altro. Dove ognuno è ricevente e trasmittente, sullo stesso piano.
Ora, quando è il momento di venderlo, tutti vengono imbevuti di questa propaganda. Quando è il momento di usarlo, invece, tutti danno per scontato che su internet ci siano semplicemente dei servizi, di cui si usufruisce. Uno a molti. Esattamente come la televisione.
In questa propaganda, gioca un ruolo importante la parola “interattivo”. In realtà, interattiva è qualsiasi cosa con la quale possiamo interagire, non solo come riceventi passivi di messaggi e impulsi. Interattiva è qualsiasi cosa che a sua volta possa ricevere i nostri impulsi. Ovvero, se ci pensate, qualsiasi normale oggetto della vita quotidiana. Qualsiasi gioco, anche non elettronico.
Allora quando si pone il problema?
Innanzi tutto il problema si pone quando si tratta di informazione. Siccome l’informazione tramite stampa, radio e televisione non è mai stata interattiva, bensì è sempre stata una diffusione a senso unico, da uno a molti, da un vertice alle masse, l’idea di poter interagire con l’emittente anche solo per selezionare le informazioni desiderate, è spacciata per rivoluzione.
E improvvisamente si scopre che un sacco di cose sono interattive, che i videogiochi sono interattivi. Il computer è sempre stato interattivo. Come qualsiasi altro oggetto. Si è cominciato a dire che era interattivo quando è divenuto un media. E siccome i media non sono mai stati interattivi, questa è diventata una rivoluzione.
Ma interattivo è ancora un parola, appunto, fortemente ideologizzata. Ovvero presuppone un emittente gerarchicamente superiore, e la possibilità rivoluzionaria di interagirci. Interattivo, per esmpio, non lo diremmo mai riguardo ai rapporti umani. E’ scontato che siano interattivi, ed è scontato che siano alla pari, in termini di possibilità di risposta e interazione (ovviamente tralasciando i limiti sociali all’interazione, parlando solo di quelli tecnici).
Bene, neanche di internet si dovrebbe dire che è.. interattiva. Dovrebbe essere scontato. Internet non è la televisione, non è la radio. Su internet il computer di ognuno di noi potrebbe offrire un servizio, pubblicare, fare streaming di audio e video, trasmettere una televisione. Ospitare un mondo virtuale, un sito web, un portale, un giornale, un facebook.
L’unica limitazione tecnica che ci separa da questo è.. la banda in upload. Se io faccio un sito sul mio computer di casa e ci si collegano 20 persone, il sito è già down. Perché non ce la fa a trasmettere abbastanza velocemente a 20 persone tutti i dati.
Se voglio banda in upload, la pago salata, e se voglio un IP fisso per associarlo ad un dominio vero (come www.maramaobarabao.it), lo pago salato.
Ma che motivo c’è per cui costi poco la banda in download e tanto quella in upload? Il cavo non è lo stesso? Semplice: mercato. La banda in uscita vale. Consente di hostare servizi. Vale soldi. Quella in entrata no, sono soldi che dò io, usufruendo di servizi, guardando pubblicità, eccetera eccetera.
Tolte queste limitazioni, il vostro computer non è diverso da un qualsiasi web server. Non è diverso da YouTube. Concettualmente non lo è. Internet non è solo “interattiva”. No, su internet non c’è proprio distinzione, tra emittente e ricevente. Attualmente ci stiamo appoggiando a servizi di hosting esterni, come youtube, come google, come facebook, per una semplice ragione. La banda in uscita non c’è. Non ancora.
Per quello tutto il nostro sistema operativo, le applicazioni, la mail, si sta replicando all’interno del browser. Per essere “interattivi”, per essere “social”, dobbiamo passare per server unici, servizi presso cui ci registriamo. Tutta l’organizzazione del sapere avviene in remoto, non sulle nostre macchine. I tag, i feed, l’xml, i profili, i file messi online, le gallerie fotografiche, la musica. In effetti trovare modi in cui organizzare questa informazione è stata una piccola rivoluzione. In effetti tecnicamente i flussi di dati sono già bidirezionali, ma finché queste informazioni non sono organizzate e utilizzabili, non valgono nulla.
Ma noi un sistema operativo ce l’abbiamo già. E ha sempre avuto sistemi di gestione della rete, delle autorizzazioni all’utilizzo dei file, di condivisione delle foto, della musica e di tutto, di gestione degli utenti, dei gruppi di autorizzazioni.
Solo che i sistemi operativi che usiamo sono strumenti tecnici, professionali, non user friendly, non social. Nessuno vuole mettere su un server di windows 2003 ed un Active Directory di tutti i propri amici con le autorizzazioni del caso.
Questi sistemi operativi si sono limitati all’utilizzo aziendale e professionale delle interazioni e delle condivisioni, per una semplice ragione: non abbiamo ancora internet. Non c’è ancora. Internet non è la banda in download, bensì la concomitanza di upload e download. Di banda in download ne abbiamo a strafottere, già guardando la televisione.
Siamo pieni, di banda in download, ci nuotiamo, ci sguazziamo, ci inondano di roba, tutto il giorno. Non se ne può più.
Ora però i sistemi operativi cominciano ad avere strumenti come la possibilità di taggare i file, aggiungere commenti, valutazioni. E cominciano a spuntare servizi social che sono ibridi, consentono di condividere direttamente cartelle del proprio computer, per generare automaticamente album fotografici, archivi di file, playlist musicali. Senza fare upload di nulla. Per esempio, Dropbox. Ovviamente attualmente l’upload, in background e invisibile, al server di dropbox viene fatta. Perché non c’è banda. Ma concettualmente è un altra cosa.
Cosa voglio dimostrare?
Il futuro non è il web 2.0. Il Web 2.0 è solo un accrocchio, una toppa. Un tentativo del web, di un sistema di visualizzazione di ipertesti, di sopperire alle mancanze dei sistemi operativi. Ora stanno rifacendo tutto nel browser, persino i giochi. La gente non conosce i giochi online 3d, che sono arrivati a livelli straordinari, ma conosce benissimo Pet Society su Facebook. Se qualcosa non avviene nel browser, sembra non avere senso per la maggioranza delle persone. E’ come se nessuno utilizzasse a pieno il proprio computer, ma ne facesse girare un altro in una macchina virtuale. E questo computer virtuale è sempre più.. bé di fatto è un computer di proprietà di Google, su cui lavoriamo. Con qualche (più di una per fortuna) eccezione.
I casi sono due allora: o i computer diventano il web, e buttiamo via windows, linux, e MacOs (almeno per le fasce non professionali di utilizzatori dei pc), e buttiamo via la vera potenza dei PC, la possibilità di utilizzarli per applicazioni di alto livello, video, musica, realtà virtuale, e torniamo indietro di 20 anni nell’evoluzione dei personal computer. O aumenta la banda in uscita.
Se aumenta la banda tipo a 100 MegaBit, tutto cambia. E avverrà qualcosa di simile a quello che è avvenuto dopo Napster, al mondo della condivisione dei file.
Prima si passava per un server. Poi si è passati al Peer to Peer. Il p2p riflette la vera natura di internet. Non c’è nessun server di mezzo, solo i nostri computer. Che per l’appunto, sono già server.
Così sarà la rete, così sarà il social network in futuro. Io avrò delle foto sul pc e deciderò con chi condividerle, con che rete. Con che persone. Pubblicherò direttamente dal mio computer. Avrò poi servizi online di backup e di accesso ai miei dati, su server più grossi.
Questo è quello che penso. Quindi nella battaglia Google-Microsoft, a lungo termine, chi vincerà? Secondo me all’aumentare della banda diventeranno sempre più centrali i sistemi operativi.
Questa è una previsione azzardata, mi rendo conto, ma a me pare così. E dirò di più, per quanto non mi piaccia il monopolio Microsoft, è auspicabile che siano i sistemi operativi (che dovranno anche diventare più liberi) il futuro, altrimenti aziende come Google controlleranno troppo, le piattaforme, i contenuti, i nostri dati. Persino la piattaforma su cui lavoriamo.
Come il caso del p2p ci insegna, invece possiamo essere liberi da queste cose, dalla centralizzazione delle informazioni, specie se è mascherata da interattività.
Personal computer, ricordiamoci che questa, è stata la rivoluzione: avere un computer personale, per la prima volta il potere di produrre informazione, progettualità, arte, pensieri, e ora di diffonderla, di pubblicarla, di venderla. Ma liberamente. Utilizzare tutti assieme un computer virtuale che sta nei server di google e pochi altri, non lo definirei rivoluzione.
Non so se questo sia stato un articolo tecnico, se lo è stato troppo me ne scuso. Io non volevo parlare di problemi tecnici per noi addetti. Si tratta dei cambiamenti nei paradigmi della comunicazione. Roba da tenere d’occhio, insomma.
E poi io non sopporto le distorsioni e l’ideologia. Ci viene detto che disponiamo di grandi mezzi, che abbiamo “l’interattività”, che vivamo nell’era di questo e di quello. La verità è che nulla è cambiato. Questa è solo l’evoluzione delle tecnologie emerse a metà del novecento. Lo shuttle è sempre lo stesso aereo di mattonelle.
Nessuno ha veramente smollato il potere.
E internet deve ancora arrivare.
La chiesa cattolica, istituzione monarchica e totalitaria che nulla a a che vedere ormai con la ricerca spirituale, ha ancora la prerogativa di indottrinarci, di dire a noi e ai nostri figli cosa fare e come pensare, ma non solo. Ha il privilegio di limitare il nostro campo visivo, di occupare in modo esclusivo gli spazi. Con questo non nego che ci siano cattolici e appartenenti alla chiesa che siano su un autentico percorso spirituale. Se lo sono sanno che un percorso spirituale non può e non deve essere imposto agli altri.