assolutisti

5 Novembre 2009 - Leave a Response

Recentemente ha fatto discutere la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo riguardo l’obbligo dell’esposizione del crocifisso nelle aule. Certo, dire che ha fatto discutere è una concessione troppo ampia all’intelligenza e all’apertura mentale del mondo politico italiano. Ha fatto strepitare, urlare impauriti, ha fatto correre a posizionarsi più vicini al vaticano possibile. Di discussione, di ragionamento, come al solito c’è stato ben poco.
Interessante invece questo articolo di Rodotà.

Premetto che io non sopporto la disonestà intellettuale. Non sopporto l’arroganza e la prepotenza epistemologica, sia che si tratti di ideologie politiche che di ideologie religiose o filosofiche. Trovo insopportabile che nel 2009 si presupponga come cosa condivisa da tutti che si debbano indottrinare le persone all’osservanza dei precetti di una particolare religione. Che si pretenda non tanto la possibilità di parlare quanto la prerogativa di essere i soli a parlare. In virtù di che cosa? In virtù di se stessi. Autolegittimazione. Autoproclamazione. Forza e violenza psicologica.

loghi-delle-religioniLa chiesa cattolica, istituzione monarchica e totalitaria che nulla a a che vedere ormai con la ricerca spirituale, ha ancora la prerogativa di indottrinarci, di dire a noi e ai nostri figli cosa fare e come pensare, ma non solo. Ha il privilegio di limitare il nostro campo visivo, di occupare in modo esclusivo gli spazi. Con questo non nego che ci siano cattolici e appartenenti alla chiesa che siano su un autentico percorso spirituale. Se lo sono sanno che un percorso spirituale non può e non deve essere imposto agli altri.

D’altronde, siamo nel paese in cui il presidente del consiglio non si fa scrupolo di dire che la regolamentazione della par condicio è ingiusta, perché impedisce a lui di avere uno spazio maggiore degli altri in televisione. E ovviamente è lui stesso a sostenere questa posizione, toh. E a possedere le televisioni. Doppio toh.

Il vero problema è che tutti noi stiamo degradando a questo livello. Tutti noi pensiamo di aver ragione perché siamo noi, di doverci difendere anche se abbiamo torto. Perché dobbiamo difendere il “noi” dal “loro”.
Le reazioni scandalizzate e terrorizzate di fronte ad un principio elementare, illuminista, dettato non dal disprezzo ma dal profondo rispetto per le religioni, per la libertà religiosa ed anche per la libertà di professare credenze ed avere percorsi trascendenti non assimilabili al cattolicesimo, sono state molto indicative di come è cambiata la cultura italiana.

Sia chiaro, è comprensibile che la sentenza sia stata respinta, gli italiani non sono pronti a cambiamenti di questo genere. Fosse anche solo l’idea superstiziosa che quel crocifisso protegga i bambini. Ma neanche. Siamo pieni di ipocrisia, tutti noi siamo stati istruiti a non contraddire il prete mai, e peccare di nascosto. Ma l’insieme di queste pratiche conformiste è ancora molto radicata, e non c’è da stupirsi che non le vogliano abbandonare. Anche se, viene da chiedersi, nessuna reazione scandalizzata ha provocato la notizia che sta passando la privatizzazione dell’acqua: la gestione delle forniture idriche verrà appaltata dai comuni ai migliori offerenti, a chi riesce a ridurre i costi, ovvero alla mafia. Questo non scandalizza. Eppure anche l’acqua è un simbolo religioso forte.

Insomma, sono state le reazioni terrorizzate e schierate a nausearmi. Non un briciolo di distacco, di analisi sociologica, di segnali che la nostra classe intellettuale sia consapevole delle resistenze culturali, religiose e della superstizione, ma altrettanto cosciente per lo meno degli ultimi sviluppi del pensiero dal 700 in poi. Vorrei che non si usassero le parole laicismo e relativismo come fossero terrorismo e satanismo, perché se è così vuol dire che siamo in uno stato religioso non dissimile dalle cosiddette repubbliche islamiche.

Il relativismo è quel concetto per cui io comprendo che se ho una determinata visione del mondo, non è necessariamente e a priori migliore di un altra visione. Perché devo immaginare che altri che abbiano sviluppato o sianonati in un’altra visione, siano altrettanto convinti della giustezza della propria. Le prospettive si possono confrontare, ed è necessario mantenere sempre un approccio critico alla propria, metterla anche in discussione, analizzarla.
Io faccio parte di questa cultura, di questo modo di essere. So che quando non siamo disposti ad accettare come plausibile una posizione che non sia la nostra, in realtà siamo solo spaventati. Ne abbiamo paura. Non vogliamo vedere. E in realtà, non stiamo scegliendo.
Non stiamo veramente scegliendo di tenere il crocefisso nelle aule. Perché una scelta si dà tra due eventualità che si è disposti a contemplare.
L’approccio della chiesa, certo, non è mai stato quello di consentire alle persone di valutare le alternative alla sua dottrina e di scegliere. E’ come un amante che ti chiede chiuso in casa e ti obbliga ad amare solo lei. A vedere solo lei. Ha sempre governato con il terrore. Con la minaccia dell’inferno, del senso di colpa, e ancora lo fa.

Le reazioni scandalizzate alla sentenza europea sono dovute, nel profondo, ad un terrore che è stato radicato in tutti noi quando eravamo bambini. E’ vero, radicato nella nostra cultura. Ma radicato cosa? Una paura? Senso di colpa. Questo ci viene instillato fin da bambini. Senso di essere sporchi e peccatori. Ciò che è radicato non è mai in discussione?

Questa è la vera grossa debolezza di questa religione. Non il relativismo, non il cedere, il consentire eventualmente che si tolga il crocifisso.
No, la vera debolezza è l’assolutismo, non il relativismo. E’ sempre stato così. Perché ogni potere assoluto è in realtà debole, spaventato, impaurito. Incapace di confrontarsi.
Ed è così che stiamo diventando tutti, non solo la chiesa, anche noi. Stiamo diventando assolutisti. La politica, la cultura, lo stesso modo in cui ci rapportiamo l’un l’altro, tra di noi, con le altre culture. E quando non si trovano altre ragioni per combattere contro un altro, si ricorre sempre più spesso ai precetti della religione, contro gli omosessuali, per esempio.
Questo stiamo diventando. Piccoli, iracondi, spaventati assolutisti. O cerchie di umidi e pavidi servitori di piccoli assolutisti, incapaci di dire che il re è nudo.

La Visione

11 Settembre 2009 - Leave a Response

Ma dico, lo sentite il vuoto, attorno a noi, tra noi? E lo sforzo necessario per esistere. Questa condizione ci trasforma in automi, o ci costringe a soccombere. Era chiaro negli anni novanta, che si stava andando verso questo. Allora sentivamo ancora che ci veniva strappato qualcosa, che stavamo varcando un confine lungo il quale venivamo spogliati, perquisiti, privati delle nostre armi, dei nostri effetti personali, dei nostri ricordi. Delle nostre emozioni.

Non voglio fare le solite lamentele, è solo per ricordaci dove siamo. Qui si soffoca. Le cose non hanno più significato, perchè noi non glielo diamo. Ci prendiamo il significato che ci dicono di prenderci. Che ci vendono. O meglio che ci vendiamo da soli, perchè siamo sempre noi, siamo noi il mercato e siamo i venditori, siamo noi il cibo e noi i creatori dei mostri che di esso si nutrono. Qui non esiste più nulla che sia un Noi. Siamo cibo. O se si vuole, batterie, come ci dicono i fratelli Wachowski.

La domanda è cosa ci è stato strappato. Tante cose, ma nella sostanza ci è stata strappata la Visione. Una visione d’insieme. Non abbiamo una nostra filosofia, non abbiamo un senso per noi nel mondo, e nell’universo.

Ci hanno convinto in vari modi che questa Visione non c’è, non esiste, non è importante. Che bisogna occuparsi dei propri affari. Dei propri affari e tirare avanti. Ma come mai, mi dico, come mai per quanto ci occupiamo dei nostri affari, per quanto tiriamo avanti, ci sentiamo sempre allo stesso punto? Perchè qualsiasi cosa facciamo, qualsiasi traguardo raggiungiamo, fondamentalmente sentiamo di non aver raggiunto niente? Perchè ci sembra di non avere più il tempo?

Perchè infondo non è mai stato quello, il punto, non sono mai stati i nostri affari, il problema. Il problema è la Visione.

La nostra generazione non sta cercando una Visione, non sta cercando un perchè. Non ha un idea dell’Uomo e del suo destino. Almeno avesse un idea sbagliata, come dice la religione di Quelo del nostro amico Guzzanti. No, nemmeno quella sbagliata. Ci viene detto che non dobbiamo porci quel tipo di domande. Se uno si fa domande, non compra. Se non compra, l’economia non gira.

Ma cosa succede se non si ha una visione? Semplice. Non c’è aria. Non sto parlando dell’aria per i polmoni, di quella si può fare a meno. Si può vivere anche nello smog, ovvero il nostro corpo s’ammala, ma la nostra mente può vivere, può avere speranza. L’aria che non c’è è quella per le menti. Non c’è il mezzo di trasmissione delle idee e dei sentimenti. Tra le menti. Tra i cuori. Non c’è la sostanza che ci collega, e non è una sostanza fisica, è la materia immateriale in cui vivono le nostre coscienze.

I surrogati di questa Visione che ci propinano tramite la televisione e la politica, sono robaccia che sarebbe repellente per chiunque. E la rigettiamo, o vorremmo rigettarla. Ma non c’è un altra Visione. Per cui ci troviamo in questo posto dove l’aria è acida, abbiamo conati di vomito mentali, ci troviamo a parlare di queste trasmissioni televisive, anche. Perchè la mente senza Visione impazzisce.

Perchè la Visione è ciò che ci lega. E’ un quadro dentro il quale ognuno di noi acquisisce esistenza, significato. La Visione è il disegno entro il quale esisto io ed esistono le persone che conosco, che ci rende parte di una cosa. Se io posso amare, è grazie alla Visione collettiva. Se io posso vedere un altra persona, vederla veramente, è in una Visione. Per Visione intendo ovviamente non una sola idea ma un quadro, il più ricco possibile, di culture del tutto. Sì, del tutto. Di un senso di Noi. E del cosmo. Bisogna tornare a creare questo.

Per ora, abbiamo solo frammenti impazziti di visioni di altri, spesso create all’interno di aziende per venderci alcuni prodotti e servizi. Tutto lì. Frammenti di piccole, potenti visioni spesso create da artisti trasformati in pubblicitari. I cui sogni vengono estratti, in quanto preziosissima sostanza, per la creazione di piccole potenti visioni, mirate alla vendita di cose. Occhio, a mio parere tutte le energie delle menti e della fantasia che la nostra società produce sono oggi catturate dal sistema, e dirottate in questo modo, in primo luogo quelle degli artisti grafici, degli illustratori, dei designer.

Noi non la stiamo creando, questa visione. Al punto che io quando esco mi muovo in altri schemi. O meglio, ci si muove nell’assenza di significati, in un vuoto, in uno spazio simbolico abbandonato. Occupato dalla pubblicità o abbandonato al declino. E nei luoghi di interazione non esiste una visione, si sono solo cristallizzate e solidificate delle abitudini, nei locali, nei negozi, nei luoghi di ritrovo. Abitudini. In cui le persone recitano in ruoli prefissati, a volte da vecchie visioni che non sono mai più messe in discussione, mai più. A volte da nuovi schemi elaborati a tavolino da responsabili del marketing, progettisti dei comportamenti, e nei quali miliaia di giovani si riversano, come lemmings, facendo esattamente quello che ci si aspettava facessero. Intere generazioni deprivate della cultura di massa appena conquistata nel novecento. Allo scopo di renderli inerti. Non è nemmeno previsto, in nessuno, in nessuno di questi contesti, che una persona possa esprimersi. Se poi provasse ad esprimere un pezzettino di Visione, probabilmente gli farebbero il TSO.

Benissimo. Quindi bisogna andare controcorrente. Bisogna tornare a pensare, a costruire la Visione. I metodi e le conoscenze che nell’ideologia dominante non sono importanti, come la filosofia, sono proprio i primi che dobbiamo riconquistare. Dobbiamo ricominciare a costruire idee, magari qualcuno lo sta già facendo. Non per forza cose materiali, come ancora ci dice l’ideologia dominante. Idee. E per idee non intendo “un idea che spacca per un nuovo business”, o un nuovo servizio da lanciare sul web o un modo migliore per prevalere.

Perchè non è questione di tirare avanti, occuparsi dei nostri affari. Quello è un trucco. Possiamo ocuparci dei nostri affari fino alla morte. Senza la Visione, pensateci, una persona può creare il corrispettivo del David di Donatello, o della toccata e fuga in re minore di Bach, ma persino quella cosa cadrà nel vuoto. Perchè nessuno la vedrà, perchè in ogni caso non sarà importante, perchè anche chi stesse guardando, non la vedrà veramente, quell’opera. Perchè tra lui e l’opera non c’è aria, non c’è significato. Perchè a lui è stata messa un altra visione davanti, un altro programma, per fargli comprare una nuova automobile e per farli gettare via il cellulare per comprarne uno nuovo, perchè non ha soldi e per un sacco di altre ragioni. Quell’opera non sarà esistita, perchè non c’era una Visione pronta ad accoglierla. Beethoven sarà un individuo senza significato, eliminato ai provini di xfactor. Romeo non si innamorerà di Giulietta, perchè in realtà sono lontani, non c’è aria tra loro, i loro corpi possono sfiorarsi ma le loro anime galleggiano nello spazio siderale, senza mai incontrarsi.

Non so se sono riuscito a spiegarmi. Ma mi sembra questo a mancare, in questo inizio secolo. O almeno è una delle cose che mancano. E’ necessaria una rinascita in questo senso. Chi può lo faccia. Si metta a sparare cazzate, a far di filosofia. Qualsiasi cosa. Sparate. Con un po’ di fortuna, quelle cazzate diventeranno la nuova Visione.

quello che non siamo

29 Aprile 2009 - Leave a Response

E’ arrivato il momento infine di parlarne. E’ ormai appurato che siamo un sacco di cose nuove, che abbiamo un sacco di cose nuove. Questo nuovo secolo ci ha resi diversi o ci ha trovato cambiati. Le crisi economiche, le nuove tecnologie e tutti i nuovi mezzi di comunicazione, ok. Speranze sono andate in frantumi per la nostra generazione, chi ne fa parte lo sa. Il posto nel mondo che avrebbe dovuto esserci per noi e che non c’è stato. Tutto è andato in frantumi, spazzato via da una specie di vento, da tante nuove cose poche delle quali si sono veramente innestate nella nostra realtà, nel nostro mondo. L’attenzione continuamente spostata da una cosa all’altra, l’improvviso espandersi del nostro sistema nervoso nelle reti ed il suo contrarsi a difesa. Abbiamo una consapevolezza collettiva, mondiale, transnazionale, per la prima volta nella storia del mondo e non abbiamo nulla di tutto ciò, nella pratica. Abbiamo il contrarsi della consapevolezza contemporaneo al suo espandersi. Abbiamo tante cose che non sono state spiegate di questo cambiamento, e non lo saranno ancora per molto tempo. Ma una cosa è certa. Non siamo più quello che eravamo, e non siamo quello che stavamo diventando. Siamo quello che siamo diventati. Tautologie? Va bene.

Molto di tutto questo è un inganno. Lo è spesso all’inizio dei secoli, diamo agli anni zero una valenza, nell’immaginario, che è insuperabile. Pensiamo che la potenza dei numeri possa farci fare dei salti avanti, è una suggestione potente.

Ma cos’è successo veramente? Eravamo in giro nelle nostre piazze, nelle nostre città. Ora siamo da un altra parte, non necessariamente in un luogo. Il nostro gioco era il gioco della realtà. La realtà è sempre virtuale, certo (questa è una delle cose che abbiamo capito esistendo nei mondi virtuali digitali, anche se lo avevano già capito i filosofi prima ancora di tutto questo), ma il nostro mondo era quello fisico,  il supporto era la città o comunque la natura. La piattaforma era quella, per le interazioni, per le identità. La realtà la vedevamo come sempre filtrata attraverso la visione che avevamo di essa, certo. Ma non attraverso un navigatore GPS. Era importante sapere dove eravamo, potevamo perderci. Per comunicare con una data persona era necessario essere in un dato -luogo-. La nostra posizione spaziale era importante. Le nostre coordinate nello spazio-tempo. Potevamo stare soli, veramente soli, mentre eravamo in giro. Mentre la casa già cominciava a configurarsi come una porta per l’esterno, invece che come una caverna, ok. Era comunque ancora una coordinata forte. Ora la casa è sempre questa porta, e portiamo anche sempre dietro un cellulare o un computer. Non è importante dove siamo. Non è più importante.

Spesso noi di questa generazione ricordiamo con nostalgia però, come eravamo prima. Ricordiamo l’aria della sera d’estate e l’odore del muro che ancora trattiene il calore del giorno, ricordiamo il ritorno a casa dopo essere stati tra amici, la pienezza di quella sensazione. Di essere lì. Di essere in un punto dello spazio-tempo. Di essere appagati dall’esistenza, dai rapporti sociali, dall’aver conosciuto magari non una nuova persona ma un nuovo aspetto di una persona che conoscevamo, o aver insieme compreso un pezzettino di senso del mondo. Fuso con l’aria della sera estiva. Lì, tra la terra e il cielo e noi.

Ricordiamo che a volte non ci sono dubbi. Non ci sono sempre dubbi. C’è l’aria e la musica e la vita e a volte su alcune cose non c’è alcun dubbio. Non è detto che possa sempre essere in un altro modo, avere un altro layer. Condividevamo se avevamo fortuna alcuni di questi momenti, la lucidità del mondo. Ora spesso la trama della realtà è più opaca e a tratti strappata, stirata, sottile.

Spesso abbiamo nostalgia, ricordiamo che la magia esiste. E ci chiediamo se i ragazzi di adesso potranno scoprirlo ancora nonostante tutti gli inganni. Perchè avevamo questa capacità, noi di questa generazione. Di attraversare la realtà con un laser e andare al sodo, guardare attraverso le nebbie, volare sopra le nuvole, esserci. A volte penso che ce l’abbiamo ancora, che questa generazione debba ancora dirla, la sua ultima parola. Perchè non è tutto senza senso. Non è tutto uguale, e una visione potente può tornare, una volta che si sono fatti i conti con tutte le nuove cose.

Eppure io in questo momento scrivo liberamente solo perchè mi è capitato di essere espulso temporaneamente (spero) dal processo produttivo, sono rimasto una settimana a casa, sono dovuto scendere dal nastro trasportatore dell’andare al lavoro, tornare, guardare ciò che sapete ci rifila la tv, cucinare qualcosa, continuare magari a lavorare sul pc e poi andare a dormire quando riesce di farlo. Ogni sera così stanchi e stravolti e col senso di perderci la vita. Perciò mi capita così, dopo questi giorni si riaccende qualcosa e mi guardo attorno. Normalmente, diciamolo, siamo in una vita che non riconosciamo. Non credo di parlare per tutti, certo. Per lo meno per quelli che avvertono la stessa cosa. Che avvertono quello che non siamo.

Eppure il senso stava tutto lì, quell’esserci era potente, quell’esserci era sentire la musica e sapere che era la voce della nostra anima, il nostro grido al mondo. Ricordate Sunday Bloody Sunday? Sì credo ricordiate. Era un po’ diverso che consumare una canzonetta ben fatta cercando di non comprarla. Era una cosa che non c’entrava proprio proprio un cazzo con tutto questo. Cosa eravamo? Cosa ci stanno impedendo di essere? Di cosa forse hanno paura? Cos’è che gli sta tanto sul cazzo da doverci convincere che siamo dei coglioni? Scusate le parolacce. Ne abbiamo sempre usate parecchie.

Sei questo, sei quello, questo va bene, questo no. Cobain si è ucciso e noi elemosiniamo il loro lavoro inutile, a fare pubblicità, marketing, lavorare per banche, pertrolieri, carte di credito, progetti e progetti. Metteteveli nel culo, i vostri progetti. Cordiali Saluti.

Perchè tutto questo, tutto quello che stiamo facendo, di giorno in giorno, è quello che non siamo. Noi siamo il resto, quello che non vedono, quello che non siamo.

scollegamenti

9 Ottobre 2008 - Leave a Response
figura gestaltica

figura gestaltica

Un gruppo di ricercatori americani ha condotto uno studio interessante riguardo il modo in cui reagiamo alla perdita di controllo su una data situazione. Pare che la sensazione di non avere il controllo su una situazione possa condurre all’alterazione delle percezioni, come recita il sottotitolo dell’articolo di Le Scienze a riguardo.

In sostanza l’esperimento consisteva nell’indurre senso di incapacità di controllo, e verificare se le persone erano ancora in grado di individuare immagini nascoste all’interno di uno sfondo punteggiato. E’ risultato che con la sensazione di perdere il controllo, le persone tendevano a individuare figure e schemi nascosti anche nelle immagini che non contenevano nessuna figura.

Secondo Adam Galinsky e Jennifer A. Whitson Quanto minore è il controllo che le persone hanno sulla propria vita, tanto più cercano di riconquistarlo attraverso un’autentica ‘ginnastica’ mentale. La sensazione del controllo è così importante che la sua perdita viene vissuta come una profonda sfida. Questi errori percettivi, che possono essere negativi e condurre fuori strada, sono peraltro molto comuni e rispondono a un bisogno psicologico profondo e persistente.”

I due illustrano anche meglio l’esperimento, in un articolo di cui purtroppo possiamo vedere solo l’abstract. “La mancanza di controllo aumenta la percezione di schemi illusori“. In sintesi questa è la conclusione dello studio.

Abbiamo un bisogno di ordine, corrispondenza tra interno ed esterno, di sapere quello che facciamo e perchè. Se non riusciamo a interpretare le nostre reazioni o una situazione ci trova impreparati o inadeguati può capitare che abbiamo una sensazione di perdita di controllo, che in certi casi può anche arrivare a diventare una crisi di panico. Ma cosa succede alle nostre percezioni della cosa che abbiamo di fronte, di noi stessi e delle persone, una volta che noi abbiamo perso il contatto col presente? La mente continua a lavorare. Lavora per far quadrare le cose. Non sono stupito di scoprire, da un esperimento pare ben svolto, che la mente tende ad aumentare la sua capacità di vedere pattern e schemi nascosti nelle zone di “contorno”, quelle dove il significato delle immagini è plasmabile, insomma, nelle zone di vuoto semantico.

In realtà sappiamo come anche la percezione delle figure la cui correlazione significato-significante riteniamo oggettiva, dipenda da coordinate culturali e dalla capacità del cervello di ricostruire pattern, schemi. E’ noto come membri di tribù isolate dal mondo esterno non riconoscano nelle foto ciò che vi vediamo noi.

In ogni caso pare che la mente, in stato di “panico” alteri la percezione, la paura di poter vedere qualcosa di non riconoscibile, di non avere successo nell’individuare lo schema nella situazione in cui siamo immersi ci porta, con dei veri ribaltamenti di gestalt, a vedere schemi conosciuti.

E’ mia opinione che, in mancanza della possibilità di gestire i dati esperienziali in “tempo reale”, utilizzando funzioni della struttura psichica che in analisi transazionale chiamiamo “adulto”, sovrapponiamo al percepito degli schemi “di salvataggio”, risalenti spesso alla nostra infanzia o comunque al passato, alle cose conosciute. Sostituiamo l’ignoto con il noto, per poterlo almeno in qualche modo gestire. Di fronte alla complessità dell’interazione con un’altra personalità, nei momenti di crisi potremmo far rientrare questa personalità in specifici personaggi, vere e proprie maschere, i ruoli dello spettacolo teatrale della nostra infanzia. Possiamo perdere totalmente di vista le persone reali che abbiamo di fronte, e agire come se fossimo su un ponte ologrammi (per chi conosce star trek), su un altro strato di realtà, seguendo binari prestabiliti che, spesso, ci portano ad un’uscita e a riconquistare il presente. Riconquistare il controllo.

Finché rimaniamo in sintonia con la realtà, finchè pensiamo di avere il controllo e siamo attivi in essa, rimaniamo collegati. Ma se in un dato momento ci scolleghiamo, la percezione della realtà viene alterata.

Tornando all’esperimento, pare anche che questo bisogno di struttura diminuisca al crescere dell’affermazione di sè. Se io mi affermo, mi reclamo come parte della realtà, diminuisce la correlazione tra mancanza di controllo e tendenza a vedere pattern illusori. Sempre dall’articolo: “In aggiunta, abbiamo dimostrato che la percezione aumentata dei pattern ha una base motivazionale, misurando direttamente il bisogno di struttura e mostrando che la correlazione causale tra mancanza di controllo e percezione di pattern illusori viene ridotta affermando il sè.

Gli uomini, come qualsiasi animale, sono entità la cui natura stessa è la risposta ad una domanda, la sopravvivenza alle circostanze. Se non abbiamo una risposta alle circostanze, andiamo in crisi. Se sentiamo mancanza di controllo, possiamo anche percepire, nei casi più gravi, una minaccia alla nostra stessa esistenza. Non avendo altri schemi da applicare, corriamo ai ripari consultando la “libreria di aperture”, per usare una terminologia scacchistica, che abbiamo dentro, che in larga parte è stata programmata nell’infanzia ma non solo. Questa libreria contiene non solo le immagini, non solo gli schemi percettivi, ma intere procedure, transazioni, giochi, strutture di giochi relazionali tendenti ad uno scopo: ritrovare il controllo. Sono quelli che in un altro post abbiamo chiamato dinamiche. Nell’uso che facciamo di questi termini in questo blog non c’è nessun riferimento a teorie o testi di psicologia, ci tengo a precisarlo. Mi trovo comodo con queste parole.

Quando parlo di realtà, non intendo che esista un’unica realtà. Esiste una realtà di volta in volta con la quale relazionarsi. Questa realtà può essere una circostanza fisica, relazionale, emotiva. Può avvenire in un mondo interiore, esterno, virtuale o nel rapporto con un testo o con una rappresentazione. Spesso ogni realtà che viviamo contiene schemi con i quali sappiamo già relazionarci, per esempio, ma potremmo semplicemente aver bisogno di “vestirci” degli schemi interiori corrispondenti. Se una situazione ci spiazza e non troviamo il tempo di “ricomporre” la giusta struttura interna, può intervenire lo scollegamento con le conseguenze di alterazione percettiva descritte più sopra.

Questo mi porta ad un discorso che dovrà aspettare un altro articolo. Fatto sta, non parlo di scollegamento da una supposta realtà oggettiva, parlo di una mancanza di allineamento tra il sè e una particolare realtà, non parlo di realtà autentica, bensì di percezione autentica.